3 Comuni Argomenti Antifemministi

Io adoro sentir dire “tutti possono essere femministi, femminista è chi sostiene la parità dei sessi”, perché mi rincuora sapere che c’è chi ha capito che il femminismo non è femmefatalismo* – non si tratta di un gruppo di donne pazze che vogliono sterminare il genere maschile.

Il problema è che spesso sento fare questo discorso al solo fine di autonominarsi speciale arbitro super partes in una ipotetica guerra bidirezionale – donne contro uomini e uomini contro donne. È facile mettere le mani avanti, “attenzione, sono femminista ma non sono di quelle pazze, io sostengo la parità dei sessi! Siamo tutti uguali!”.

Ma non dimentichiamo che essere neutrali in situazioni di ingiustizia significa scegliere la parte dell’oppressore (Desmond Tutu).

Intendiamoci, questo è vero, il femminismo si può definire – anche se non è la mia definizione preferita – come “movimento che promuove la parità economica, sociale e politica fra i sessi”. Il che è quanto meno largamente insufficiente.

Questo mondo è – che vi piaccia o meno, e mi auguro non piaccia a nessuno – diviso in oppressori e oppressi, perciò è naturale e probabile che chi dà voce agli oppressi non sia apprezzato dagli oppressori, e spesso nemmeno dagli oppressi.

Eppure è umano voler essere apprezzati da TUTTI, e farlo è estremamente semplice, basta porsi ad arbitro super partes. Se non prendi posizione, non ti inimicherai nessuno e non avrai tanti hater. Ma sai cos’altro non farai? Non aiuterai nessuno, nemmeno te stessa-o.

Se ti limiti a dire che il femminismo è per la parità e il femminismo è per tutti, ed elenchi una serie di ragioni per cui ti distingui da certe femministe (femmine, chiaro) davvero malvagie e ignoranti, sarebbe più opportuno che ti definissi umanista – come fanno quelli che non hanno capito l’oppressione.

Sì, il femminismo “sostiene la parità dei sessi”.

Ma perché non spingersi un po’ oltre, e dire un po’ di cose meno popolari?

La sostiene perché non è stata raggiunta. Non è stata raggiunta perché ci sono diversi sistemi di oppressione che pongono alcuni gruppi di persone su un livello gerarchicamente superiore rispetto ad altri. 

E perché non osare un po’ di più?

Questi gruppi privilegiati sono i bianchi, gli uomini, gli abili, gli eterosessuali, gli adulti, i cisgender, ed altri.

Il femminismo combatte contro queste forme di oppressione allo scopo di distruggerle. È ancora vero che “sostiene la parità dei sessi”, ma adesso questo non suona forse un po’ riduttivo?

Questa è una definizione di femminismo a prova di misogino. Quasi tutte le persone hanno bias impliciti sessisti e di altro tipo – è inevitabile, perché ce li inculcano dalla nascita – e affermerebbero senza problemi che la parità dei sessi è cosa giusta e buona. Queste persone, in cui credo, sono comunque parte del problema, perché non sono a conoscenza dei modi in cui l’oppressione si verifica né sanno cosa possono fare per combatterla.

A quale uomo darebbe fastidio sentir dire “il femminismo sostiene la parità dei sessi”? … Ok, forse ad alcuni (pochi). Il numero di uomini (e donne!) infastiditi però aumenta esponenzialmente se aggiungiamo anche soltanto “per combattere la misoginia”. La prima cosa che ti dicono è “e la misandria“.

E lo capisco, è brutto inimicarsi tanti uomini – e tante donne – tutti insieme, ma è un rischio che penso valga la pena di correre anche solo semplicemente per amor di verità. Perché è vero che il sessismo si verifica ai danni delle donne, per oppressione si intende l’oppressione delle donne, per violenza di genere si intende la violenza contro le donne.

Lo so, la parola donne ripetuta così di frequente infastidisce molti. Ma non starò lì a ripetere “parità” e usare improbabili giri di parole per dire le cose in modo da non indispettire nessuno, questo non è femminismo. Il femminismo si chiama femminismo per un motivo – valido.

Di solito a questo punto mi vengono proposte una serie di fallacie del tipo:

“Sì ma c’è anche la violenza contro gli uomini”;

“Sì ma ci sono anche le discriminazioni contro i bianchi, infatti una volta quel rapper bianco…”;

“Ma per gli uomini è molto più difficile ottenere la custodia dei figli!”;

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Queste critiche, per quanto separate dal contesto siano (spesso) vere, nascono da un’interpretazione sbagliata del concetto di oppressione e del femminismo e in ultima analisi non aiutano nessuno. In genere appartengono a una di queste 3 categorie.

#1 L’Argomento Fantoccio Dell’Oppressione Inversa

A questo proposito ho tradotto un articolo illuminante di Everyday Feminism in cui Melissa Fabello spiega in modo chiaro e semplice perché l’oppressione inversa non può esistere. Ne riprendo qui soltanto i concetti di base.

Uno stereotipo è “l’assunzione – infondata e arbitraria – che un gruppo abbia determinate caratteristiche”un pregiudizio è “l’avversione per un gruppo basata su quegli stereotipi” e discriminare significa “negare l’accesso a risorse sulla base di quei pregiudizi”. L’oppressione, infine, “è tutto questo e la violenza istituzionale e la cancellazione sistematica”.

Il punto cruciale dell’articolo è che mentre tutti possono essere ridotti a stereotipi, vittime di pregiudizi e discriminazioni, solo determinati gruppi di persone sono oppressi.

L’oppressione, infatti, è “un tipo peculiare di problema”, ha delle caratteristiche uniche che rendono impossibile l’esistenza di una ipotetica oppressione inversa, per definizione.

L’oppressione è sistemica, restrittiva e gerarchica. Si basa sull’idea che un gruppo sia in cima alla piramide sociale – il che relega tutti gli altri ad una posizione di inferiorità.

E il sessismo è una forma di oppressione. Ma prendiamo ad esempio il razzismo. Il razzismo è una forma di oppressione, questo significa che ai caucasici è ingiustamente attribuita una posizione sociale gerarchicamente superiore rispetto a tutti gli altri gruppi: per questo non può esistere l’oppressione dei caucasici. L’oppressione, chiamiamola così, “diretta” non può coesistere per definizione con una ipotetica oppressione “inversa”: le due cose sono mutualmente esclusive.

Forse da qualche parte ci sono le discriminazioni contro i bianchi – anche se io non le ho ancora viste, e sono bianca. Ma utilizzare questo argomento per sostenere l’idea di una ipotetica oppressione inversa è una fallacia logica. Precisamente è detta argomento fantoccio e consiste nell’offrire un’interpretazione sbagliata della tesi che si vuole confutare per poi confutare la propria interpretazione.

Se riduci il sessismo, il razzismo – che sono forme di oppressione – a semplici discriminazioni – che sono solo una parte del complesso sistema dell’oppressione – allora è più facile sostenere che non sono solo alcuni gruppi ad essere discriminati. Ma stai confutando un’interpretazione del sessismo tutta tua, che non tiene conto degli aspetti sistemici, gerarchici e limitanti del sessismo, del sessismo istituzionale e della cancellazione sistemica.

#2 Il Diversivo Delle Discriminazioni Contro Gli Uomini

“Ma c’è la violenza contro gli uomini e anche gli uomini vengono discriminati”.

Sì. Ed è essenziale che tutti sappiano che chiunque può subire violenza di qualunque tipo – anche sessuale – a prescindere dal suo genere, orientamento sessuale, origini, ecc.

Ma questo esattamente che c’entra col fatto che il sessismo è l’oppressione delle donne?

Questa fallacia è detta ignoratio elenchi o “conclusione irrilevante” e “consiste nel presentare un argomento di per sé valido, ma fuori tema (cioè a sostegno di qualcosa di diverso da ciò che originariamente si cercava di dimostrare)”.

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Certamente. Gli stereotipi offensivi verso gli uomini, i pregiudizi sugli uomini e le discriminazioni contro gli uomini sono tutte cose inaccettabili e dannose per tutti – uomini e donne – e di cui il femminismo si occupa (e chi meglio degli uomini femministi può farlo?).

La cosa problematica non è la menzione delle “discriminazioni contro gli uomini” ma il fatto che questa venga usata per implicare che sbagliamo a definire il sessismo come oppressione delle donne, perché il sessismo è proprio questo.

L’argomento delle discriminazioni contro gli uomini (come quello della violenza subita dagli uomini) è di per sé valido, ma non dimostra in alcun modo che il sessismo non è l’oppressione delle donne né dimostra che esista il sessismo verso gli uomini – per quel discorso dell’oppressione inversa.

#3 La Falsa Pista Della “Misandria”

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio a causa della “misandria”.

Questa fallacia è detta non sequitur o non causa pro causa, o anche “falsa pista” e “consiste nell’assumere illecitamente come causa qualcosa che non lo è”.

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio, perché – a causa del sessismo – le donne sono tradizionalmente viste come la figura genitoriale che si prende cura non solo dei bambini, ma anche della casa e del marito. La competenza professionale delle donne è tradizionalmente relegata all’ambito domestico.

Non a caso la professione dell’insegnante – soprattutto a un pubblico di bambini e fatta eccezione per i ruoli di leadership – è una delle poche in cui ci sono così tante donne; le donne sono incoraggiate a fare le insegnanti, le infermiere, le domestiche, e [inserisci professione che abbia a che fare col prendersi cura del prossimo in modo disinteressato].

Questo naturalmente implica che tutti gli altri ambiti della vita sono riservati agli uomini. Intendiamoci, non sto affermando che non esistono donne che fanno qualunque altra professione – non oserei mai e molte di loro sono i miei punti di riferimento – ma semplicemente che l’accesso a tutte quelle professioni è più difficile per le donne a causa di fattori sui quali non abbiamo alcun controllo.

E prima che qualcuno mi dica che “se una donna vuole davvero qualcosa ce la può fare”: so bene quanto le donne siano tenaci, capaci, intelligenti e professionali, le ammiro senza riserve. Ma non dovremmo dover fare di più degli uomini per avere accesso alle stesse opportunità e risorse.

E inoltre, nonostante le nostre notevoli capacità – che non sono in alcun modo inferiori a quelle degli uomini – non abbiamo ancora raggiunto molti traguardi proprio perché le forze che muovono il sessismo esulano dal nostro controllo.

Questa è oppressione. È – in parte – quello che intendiamo per sessismo istituzionale o strutturale. Da questo si può evincere quanto il sessismo sia limitante e sistematico e la sua natura gerarchica. Gli uomini hanno più facile accesso a quelle risorse e opportunità perché sono ritenuti più attendibili e più capaci e quindi migliori.

Per questo per gli uomini è più difficile ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio – e non per via della “misandria”. Non voglio dire che questo sia giusto, scusabile o irrilevante: è un problema, merita attenzione e merita la ricerca di una soluzione; ma NON è causato dalla “misandria”, è uno dei modi in cui gli uomini soffrono a causa del sessismo – cioè dell’oppressione delle donne (quella “diretta”). E non è il caso di strumentalizzarlo per sostenere la tesi assurda dell’oppressione “al contrario”.

***

Quando parliamo di un tipo di oppressione con una persona che non lo vive, è umano che questa possa fraintendere e pensare che stiamo affermando qualcosa del tipo “taci, tu non sei oppressa-o, la tua vita è una passeggiata e non hai mai dovuto sudare per ottenere niente”.

In realtà sappiamo bene che la vita è difficile per tutti. Quando diciamo che gli uomini non sono oppressi dal sessismo non vogliamo dire che per gli uomini è tutto facile e non hanno alcun peso sulle loro spalle, vogliamo dire soltanto che non hanno questo peso, il peso (enorme) del sessismo con cui avere a che fare ogni giorno. E questo non vuol dire che non possano essere anche loro oppressi da altre forze (il razzismo, l’odio verso la comunità LGBTQIA+, verso i disabili, eccetera). Non vuol dire nemmeno che noi non abbiamo alcun privilegio – le donne possono essere caucasiche, fisicamente abili, tradizionalmente attraenti, cisgender, eccetera – ma solo che essere donna non è uno di questi.

Se a questo punto dovesse insorgere qualche altro “sì ma…”, allora direi di etichettarlo come fallacia dell’ignoranza invincibile e cambiare interlocutore.

[*Questa parola è inventata perché questo concetto non esiste].

3 Miti Sul Femminismo

Fare coming out come femminista non è una passeggiata. Le persone hanno molte opinioni sul femminismo e sui femministi, la maggior parte delle quali non sono lusinghiere. Questo non è sorprendente se si considera che il femminismo mina le basi di un sistema di oppressione del quale beneficiano alcuni ai danni di altri, quindi è naturale che i primi, consapevolmente o meno, si sentano offesi e impauriti da quella che percepiscono come un’incombente minaccia. Quello che invece è sorprendente è che spesso anche quegli altri vedano il femminismo come una minaccia, un movimento aggressivo e non necessario.

Infatti il patriarcato per poter sopravvivere ha bisogno di raccontarci diverse bugie, come il fatto che l’uguaglianza grosso modo è già stata raggiunta, il femminicidio è il risultato di atti isolati di follia (“raptus” di qualche tipo), se esiste ancora qualche forma di sessismo si trova in qualche luogo lontano nell’emisfero meridionale o da qualche parte ‘lì fuori’ e quindi non ci riguarda, il femminismo non è necessario, le femministe sono aggressive, irrazionali e agitate per natura e si offendono per ogni piccola cosa, è bene diffidare delle donne femministe perché probabilmente sono delle pazze estremiste che odiano gli uomini.

Queste bugie non vengono insegnate isolatamente alle persone di un genere, ad esempio gli uomini, ma vengono diffuse in modo pervasivo, così che tutti possano apprenderle, attraverso strumenti, come i media, che non potrebbero farlo meglio. Se le donne fossero immuni dal patriarcato, infatti, distruggerlo sarebbe molto facile, perché oltre il 50% dell’umanità non avrebbe pregiudizi di sorta. E poiché sono le donne ad essere discriminate, è più probabile che siano le donne a rendersi conto del problema e cercare di affrontarlo. È dunque essenziale perché lo status quo resti tale che tutti, soprattutto le donne, prendano le distanze dal femminismo, onde evitare che possano contribuire significativamente a distruggere il patriarcato. Da qui i miti antifemministi.

Penso quindi che sia importante guardare più da vicino alcune delle idee tanto diffuse sul femminismo e sulle femministe per capire se hanno un qualche fondamento o meno (spoiler: non ne hanno quasi mai).

#1  Le femministe sono arrabbiate col mondo

Una delle cose che ci si sente dire più frequentemente quando si fa coming out come femminista è “non esagerare”, oppure “se non sei estremista va bene”, “io condivido l’idea della parità ma non deve degenerare”, “questa cosa ti farà arrabbiare”, “ti dico una cosa, ma non ti arrabbiare”.

Ammetto subito che in questo mito c’è un fondo di verità. Un piccolissimo, trascurabile fondo di verità. Nel caso qualcuno (voi uomini bianchi cisgender eterosessuali) non l’avesse ancora notato, appartenere a un gruppo di persone che per un motivo o per un altro viene discriminato non è una bella esperienza.

Se non vuoi convivere con un odio inconsapevole per te stessa (misoginia internalizzata), è il caso di farsi una cultura sul femminismo e imparare a individuare come e dove si manifesta il sessismo (altro spoiler: ovunque, in tutti i modi), ma intendo saperlo riconoscere con una certa precisione. D’altra parte, quando impari a fare questa cosa, ti ritrovi ad aver sbattuto in faccia il sessismo diverse decine di volte al giorno, anche con violenza. Accendi la TV e vedi quasi esclusivamente uomini bianchi, quando ti va bene e non becchi la pubblicità – dove vengono proposte figure di donne inesistenti nel mondo reale. Quando esci, al posto di camminare, corri perché non hai voglia di raccogliere altri dati sul fenomeno del catcalling al momento e se corri sarai esposta meno a lungo. Oppure esci la sera e ti chiedi se tornare a casa a piedi da sola sia sicuro visto che quella strada è piuttosto deserta e a volte per sbaglio guardi il telegiornale.

Tutto questo è stressante, il sessismo è stressante e potenzialmente lesivo della salute mentale di tutti – soprattutto i discriminati, se non si attuano delle strategie per imparare a gestirlo nella vita quotidiana. E anche questo non è semplice. Quindi, per quanto una persona possa essere campionessa mondiale nella sottile arte della regolazione emotiva, a volte può capitare di arrabbiarsi.

Il problema è che da questa affermazione al mito secondo cui le femministe ce l’hanno col mondo la strada è parecchio lunga. Prima di tutto, a tutti capita di arrabbiarsi, e alle femministe non capita più degli altri, capita semplicemente per motivi diversi. In secondo luogo, non c’è niente di male ad arrabbiarsi, c’è di male ad essere violenti, e quello della violenza non è un problema legato al femminismo ma piuttosto alla misoginia e alle discriminazioni, che sono le cose contro cui il femminismo lotta.

Il patriarcato ama rigirare frittate, e questo è un tipico esempio di come lo fa. Quelli arrabbiati sono i misogini, non le femministe. Nel termine misoginia è persino inclusa la parola odio, femminismo invece sta per difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone.

Le femministe non sono pazze omicide e nemmeno persone violente, sono persone che lottano per la difesa dei diritti umani e si arrabbiano quando viene loro ricordato che c’è bisogno di farlo, perché altrimenti non li difenderà nessuno. Superiamo quindi questa idea della rabbia nel sangue delle femministe, perché non esiste. Come tutti, anche noi femministe siamo persone e proviamo tutte le emozioni che le persone possono provare, questo è quanto.

#2  Le femministe sono spesso estremiste

Molti (troppi) dicono di non essere antifemministi, ma. Il che è più o meno come dire “io non sono razzista, ma”. Queste persone essenzialmente sostengono che il femminismo va bene, ma non troppo, e sarebbe meglio se si chiamasse in un altro modo… e se fosse un’altra cosa. Il problema di questa mentalità è che si fonda su una convinzione sbagliata, quella che il femminismo abbia lo scopo di imporre la supremazia delle donne in tutto il mondo. Il femminismo consiste nella difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone; per definizione, non c’è niente di estremo in questo.

“Sono femminista” – “Ok ma sei una di quelle radicali?”. Questo è l’atteggiamento di chi presuppone, per i suoi pregiudizi appresi dal patriarcato, che il femminismo sia troppo spinto, eccessivo, estremo di default, e che quindi per essere accettabile debba subire qualche modifica in modo da diventare più moderato. L’idea è che essere femminista è accettabile, ma a delle condizioni. Puoi essere femminista, ma devi precisare che prendi le distanze da una certa corrente femminista presumibilmente aggressiva e violenta, della quale però non si sa molto. Queste persone, infatti, non specificano mai da chi, esattamente, o da cosa, in quanto femminista, è importante distanziarsi.

È interessante che per etichettare le femministe come delle estremiste venga utilizzato così spesso il termine radicale. Eppure radicale vuol dire soltanto “che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa”, almeno secondo la Treccani, e mi auguro che tutti possano concordare su questo. In ambito politico, col termine radicale sono stati definiti “vari partiti europei dell’ultimo Settecento, dell’Ottocento e moderni, come l’attuale Partito r. italiano (ricostituito nel 1956), di matrice laica e pacifista, che ha assunto negli ultimi decenni posizioni più intransigenti, distinguendosi per la battaglia in difesa dei diritti civili e delle libertà individuali, per il ricorso alla prassi della non violenza e a forme spettacolari di azione politica”.

Sembra, dunque, che l’utilizzo del termine radicale con un’accezione negativa per connotare le femministe, sia, in fin dei conti, improprio. C’è differenza fra eccessivo e pericoloso da una parte e radicale, intransigente dall’altra.

L’uguaglianza sociale, economica e politica di tutti gli esseri umani è un concetto radicale. E noi femministi siamo irremovibili a proposito dell’uguaglianza. Ma non siamo esagerati, né tanto meno aggressivi o violenti.

#3 Le femministe odiano gli uomini

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Foto di William Stitt (unsplash.com)

No. Le femministe non hanno sentimenti verso gli uomini diversi da quelli che hanno verso le persone di qualunque altro genere (già, ce ne sono più di due).

Questo argomento, come spiega Riley J. Dennis in questo video, è una fallacia logica, “che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta”. Per definizione, il femminismo difende l’uguaglianza di tutte le persone – e gli uomini rientrano nella categoria persone.

Detto questo, le persone sono tante e diverse e ognuno può definirsi come vuole e comportarsi come vuole, e nessuna legge impone l’obbligo che ci sia una coerenza di fondo fra le due cose. Questo vuol dire che una persona può legalmente essere incoerente, e anche se non fosse legale, l’incoerenza esisterebbe comunque. Alcuni razzisti dicono di essere antirazzisti, alcuni omofobi si dicono attivisti, ci sono uomini che si definiscono femministi per fare colpo su qualcuno o semplicemente perché questo li fa sentire persone migliori quando in realtà sono misogini potenzialmente o effettivamente violenti, animalisti che abbandonano o maltrattano gli animali… la lista è infinita.

Ma per qualche motivo (spoiler: misoginia) l’idea che possano esistere ‘femministe’ che odiano gli uomini è la più interessante e popolare di tutte. Anche gli uomini possono dirsi femministi e odiare le donne ma nessuno per questo motivo va in giro dicendo “i femministi odiano le donne”.

Poiché viviamo in una società misogina, inoltre, è molto probabile che il numero di uomini che odiano le donne sia sproporzionato rispetto al numero di donne che odiano gli uomini – basti pensare al numero di uomini che odiano le donne così tanto da ammazzarle con le loro stesse mani. È dunque presumibile che il numero di uomini che si definiscono femministi e odiano le donne sia anch’esso maggiore del numero di donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini. O, se non altro, non abbiamo dati che provano che ci siano così tante donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini da giustificare questo mito trito e ritrito.

L’affermazione “le femministe odiano gli uomini”, per quanto ne sappiamo, non è in alcun modo più valida dell’affermazione “gli animalisti maltrattano gli animali”: non so, sicuramente alcuni, da qualche parte, che brutta cosa, non dovrebbero definirsi animalisti! Ma non per questo è il caso di andare in giro a denigrare l’animalismo come movimento e gli animalisti in generale.

Non lasciamo che questi miti abbiano l’effetto desiderato, ovvero quello di distogliere la nostra attenzione dai problemi reali e allontanarci dalle possibili soluzioni di questi problemi.

Ognuno ha il diritto di farsi un’idea del femminismo basata sulla sua esperienza e sui suoi studi, senza l’influenza di assurdi cliché e stereotipi offensivi.

5 Motivi Per Cui L’Obesità Non È Una Piaga Sociale, L’Obesofobia Invece Sì

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“Rochelle Nicole” by Unsplash

Fin troppe volte mi è capitato di sentire frasi del tipo “l’obesità è un fattore di rischio delle malattie cardiovascolari e del diabete”, “le persone con indice di massa corporea superiore a 25 hanno un’aspettativa di vita ridotta”, o più semplicemente “di obesità si muore”, e “i femministi non possono dire alle persone grasse che vanno bene e di amare il proprio corpo perché non sono in salute”, eccetera.

Sono a conoscenza della corrente di pensiero principale circa l’ “obesità” e anche delle tendenze dominanti della ricerca scientifica in materia. Quello che molti ignorano, invece, è il fatto che esista un filone della letteratura scientifica realizzato da ricercatori che hanno affrontato la questione con lo stesso metodo scientifico ma senza pregiudizi di sorta e sono arrivati a conclusioni diverse.

Ecco, dunque, 6 motivi per cui la piaga sociale non sono le persone grasse, ma quelli a cui le persone grasse fanno schifo e quelli che dicono loro di dimagrire “per il loro bene” (indizio: le due categorie di solito coincidono).

1. Perché la scienza la fanno le persone, e le persone hanno bias impliciti

Personalmente sono grande fan della scienza e del metodo scientifico e penso che sia in assoluto la risorsa più attendibile di cui disponiamo. Dopotutto, la scienza si basa sull’osservazione dei fatti, che di sicuro sono più attendibili delle impressioni delle persone.

Eppure sono le persone ad osservare ed interpretare quei fatti, e le persone hanno bias impliciti – ovvero pregiudizi dei quali non sono consapevoli. Questa non è una forma di nichilismo secondo cui niente è attendibile, non c’è nessuna certezza e tanto vale suicidarsi in massa. Molti fatti sono stati scientificamente provati in maniera definitiva (come l’evoluzione, il fatto che l’universo si sta espandendo, ecc.) e molti studi scientifici sono utili e accurati.

Alcuni, tuttavia, non lo sono. Studi mostrano – come Melissa Fabello sottolinea in questo articolo di Everyday Feminism – che “tutti, dai medici agli infermieri agli psicologi – anche quelli specializzati nello studio dell’obesità – hanno interiorizzato bias impliciti sul peso, il che implica che sono predisposti ad associare il grasso con la cattiva salute”.

Ma la scienza si basa sull’oggettività, quindi capite bene che avere bias impliciti sull’oggetto del proprio studio non è esattamente il presupposto ideale per ottenere risultati scientificamente accurati.

D’altra parte, un tempo esistevano studi che “confermavano” l’idea che gli uomini fossero più intelligenti delle donne e i caucasici degli afroamericani; l’omosessualità era inclusa nel DSM e il termine ‘isteria’ indicava “una tipologia di attacchi nevrotici molto intensi, di cui erano generalmente vittime soggetti femminili”.

2. Perché l’essere “sovrappeso” non è una condanna a morte

Uno studio condotto su 11.326 canadesi adulti per 12 anni ha mostrato un aumentato rischio di mortalità nei magri e negli “obesi di classe II”. Per quanto riguarda le persone “sovrappeso” è stato osservato invece un ridotto rischio di mortalità per tutte le cause. “Nessun aumentato rischio di mortalità è stato associato all’obesità di classe I”.

In un altro studio, gli autori si chiedono “se la corrente categoria degli individui ‘sovrappeso’ non sia quella ottimale”.

Un altro studio condotto su 26.747 giapponesi per 11 anni ha evidenziato un incremento della mortalità per gli individui appartenenti ai gruppi “sottopeso” e “normopeso”; nessun incremento per gli uomini “sovrappeso” e “obesi” e per le donne “sovrappeso” e un “leggero incremento” per le donne “obese”.

In questo articolo del New York Times si riporta che un gruppo di ricercatori del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie ha osservato che nel 2004 ci furono, negli USA, più di 100.000 morti in meno fra le persone “sovrappeso”, “di quanto ci si sarebbe aspettati se quelle persone fossero state normopeso“.

“Se […] vi sentite bene e fate abbastanza attività fisica e se il vostro medico è soddisfatto delle vostre analisi di laboratorio e altri risultati di test, non sono sicuro ci sia alcuna urgenza di modificare il vostro peso” dice il Dr. Mitchell Gail (uno scienziato del National Cancer Institute e uno degli autori dello studio), come si legge nell’articolo, precisando che si tratta di una sua “opinione personale in quanto medico e ricercatore”.

3. Perché la comunità scientifica non è unanime sul fatto che ci sia un’epidemia globale

“E se la cosiddetta ‘epidemia dell’obesità’ fosse largamente illusoria?” scrivono gli autori di un articolo del Giornale Internazionale dell’Epidemiologia.

A quanto pare, la maggior parte delle persone nelle categorie “sovrappeso” e “obeso” hanno adesso una massa corporea “solo leggermente maggiore di quella che loro o i loro predecessori mantenevano una generazione fa” e solo le persone già molto grasse sono davvero aumentate di peso. “In altre parole stiamo osservando delle lievi variazioni, più che delle allarmanti epidemie“.

Il biologo Jeffrey Friedman ce lo spiega con questo esempio, tradotto dall’articolo: “Immaginiamo che il QI medio fosse 100 e il 5% della popolazione avesse un QI di 140 e fosse considerata geniale. Ora poniamo che l’istruzione migliori e il QI medio salga  a 107 e il 10% della popolazione abbia un QI di 140. Ci sono due modi di presentare questi dati. Si potrebbe dire che il QI medio è salito di 7 punti o che a causa del miglioramento dell’istruzione il numero di geni si è raddoppiato. L’intero dibattito sull’obesità è equivalente al trarre conclusioni sui programmi di istruzione nazionali dal fatto che il numero di geni è raddoppiato.”

In definitiva, come si evince da più studi condotti dal NHANS, almeno negli Stati Uniti (che tanti vedono come una nazione di obesi in crescita che si auto-condannano a morte ogni giorno) la relazione tra il BMI e la mortalità  è a forma di U: un BMI troppo alto, tanto quanto uno troppo basso aumenta il rischio di morte prematura, appartenere al gruppo dei “sovrappeso” dunque, non lo aumenta.

4. Perché correlazione e causalità sono due cose diverse

Sebbene ci venga costantemente ricordato, dai media e dai nostri amici e parenti filantropi, che l’obesità è un fattore di rischio di una serie di malattie, non è ancora stato spiegato come esattamente il grasso (o quello in eccesso) possa causare queste malattie. In effetti, non c’è alcuna evidenza del fatto che il grasso causi alcuna malattia.

Eppure sappiamo che ci sono alcune malattie che sono più comuni nelle persone più grasse.

Come spiegano brillantemente (ancora) Melissa Fabello e Linda Bacon in questo articolo, “c’è anche una maggiore incidenza di morti per annegamento in posti dove si vendono più gelati” (indizio: in spiaggia).

Questo significa, semplicemente, che causalità e correlazione non sono sovrapponibili, perché, mentre la prima è indubbia, la seconda è controversa e può essere fuorviante. Se è stato provato che A causa B, A causa B. Se è stato provato che A e B sono correlate, non vuol dire che A causi B ed è possibile che C – che per caso è correlato ad A – sia la vera causa di B.

Ad esempio, sappiamo che i raggi UV possono causare un melanoma. Non solo c’è una correlazione tra i raggi UV e il melanoma, ma sappiamo per certo che i raggi UV possono causarlo, perché causano delle mutazioni nel DNA delle cellule dell’epidermide che ne alterano il ciclo cellulare portandole a duplicarsi in maniera incontrollata (melanoma).

Sappiamo che l’obesità è correlata ad alcune malattie, ma non sappiamo né come né perché e di certo non possiamo dire che ne sia la causa.

Visti i messaggi semplicistici quando non inesatti ai quali siamo esposti, è facile pensare, ad esempio, che l’obesità è correlata al diabete perché causa insulino-resistenza. In realtà però l’obesità è correlata al diabete e all’insulino-resistenza. Questa può essere causata da difetti della molecola dell’insulina dovuti a mutazioni geniche, diminuzione del numero dei recettori dell’insulina (diminuita sensibilità), anomalo accoppiamento fra recettore e insulina (diminuita capacità di risposta), elevate concentrazioni ematiche degli antagonisti dell’insulina (fra cui anche gli ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo).

Non sappiamo se e come il grasso possa causare questi fenomeni. E l’idea che questo sia improbabile non è così rivoluzionaria. Si è visto infatti che donne che si sono sottoposte a liposuzioni rilevanti non hanno presentato alcun cambiamento positivo del loro stato di salute in seguito all’intervento.

Si è visto, inoltre, che alcuni tipi di grasso – come il grasso sottocutaneo situato al livello delle anche e delle cosce – sono associati a più bassi livelli ematici di trigliceridi e colesterolo HDL (quello buono). Ironicamente questo è anche detto il grasso “ginoide” perché è più comune nelle donne, che sono anche la parte della popolazione che si preoccupa di più del proprio peso.

Il problema degli studi statistici che associano il grasso alle malattie di cui sopra (malattie cardiovascolari, diabete, ecc.) è che non tengono conto di possibili fattori di confondimento, implicando una relazione causale fra le due cose a fatti inesistente. Alcuni di questi fattori potrebbero essere le diete e le variazioni di peso (dovuti ai fallimenti delle diete), che aumentano i livelli di cortisolo – più in generale, lo stato di infiammazione dell’organismo, fattori che possono causare insulino-resistenza, fra le altre cose.

Le persone grasse sono, fra tutte, quelle che più iniziano diete e subiscono variazioni di peso, quindi nella ricerca di possibili relazioni fra obesità e malattie è essenziale escludere questi fattori, perché è verosimile che siano quelli a causare le malattie, e non l’obesità in sé.

5. Perché le discriminazioni danneggiano la salute delle persone

Se c’è qualcosa che di certo influenza negativamente la salute delle persone, sono le discriminazioni. Le persone grasse – soprattutto i giovani e soprattutto le donne – sono costantemente esposte all’idea (infondata) che i loro corpi sono schifosi e malsani, la loro aspettativa di vita sotto la media, e tutto questo è colpa loro.

Lavandosi le mani di tutti i possibili fattori genetici che spiegano il grasso ‘di troppo’, i media e le persone attribuiscono l’obesità alla scarsa autostima, rispetto di sé, informazione o determinazione delle persone grasse. Eppure ad essere poco informati sono loro, perché non sanno che è statisticamente provato che le diete non aiutano a perdere peso a lungo termine, e che l’idea che perdere peso possa effettivamente apportare qualche beneficio è largamente discutibile.

È indiscutibile invece, che tutto questo è stressante per le persone grasse, e lo stress cronico non fa bene alla salute – ironicamente è anche fra le possibili cause dell’insulino-resistenza, della steatosi epatica e delle malattie cardiovascolari.

“Basti pensare che dei ricercatori hanno visto che il livello di insoddisfazione del proprio corpo è un migliore indicatore della salute psicofisica di una persona rispetto al tanto citato BMI (che, comunque, è una gran cazzata)”, come sottolineano Melissa Fabello e Linda Bacon in Everyday Feminism.

Cose tipo l’autostima, l’amor proprio e la salute mentale hanno un’importanza gravemente sottovalutata dai nostri amici e parenti “preoccupati” per la salute delle persone grasse. La salute mentale è importante tanto quanto la salute fisica, e i consigli non richiesti, i giudizi gratuiti – espressi con parvenza di cordialità o senza mezzi termini in forma di insulti, e gli sguardi paternalistici o spregevoli non hanno mai fatto bene alla salute mentale (e di conseguenza fisica) di nessuno.

Quindi se il fatto non è che siete obesofobici ma siete davvero preoccupati, tenere in considerazione la sfera emotiva della persona con cui state parlando è un buon inizio.