Il Mito Della Sindrome Premestruale

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“Tachina Lee” by Unsplash

Si sa che le donne diventano un po’ instabili subito prima dell’inizio del ciclo. Quest’idea è così diffusa che sono stati condotti innumerevoli studi in merito, e questi studi hanno messo in evidenza una correlazione fra il ciclo ormonale femminile e diversi “sintomi” come irritabilità, irrazionalità, impulsività, depressione, ansia, ecc.

Fu così che nacque la cosiddetta Sindrome Premestruale, per dare autorità a tutte queste interessanti assunzioni. Ma cos’è, davvero, scientificamente parlando, la sindrome premestruale?

Beh, questo è discutibile. Secondo wikipedia, sarebbe “una complessa sintomatologia fisica e mentale che si attiverebbe nelle donne in corrispondenza dei giorni immediatamente precedenti le mestruazioni.” Mi piace l’uso del condizionale.

Fra i sintomi psichici della sindrome premestruale, wikipedia inserisce “irritabilità e variabilità dell’umore; voglia di piangere; depressione; diminuzione della libido; astenia; difficoltà di concentrazione” e, il mio preferito in assoluto, “livello di sopportazione diminuito/azzerato”.

Tutto questo è estremamente interessante perché è esattamente tutto ciò che provo ogni volta che mi imbatto in qualche studio sulla PMS o consiglio su come affrontarla.

Non sarà che dovrebbe esserci anche una Sindrome da Sindrome Pre-Mestruale? Io vedo già la definizione: “una complessa sintomatologia fisica e psicologica che si attiverebbe nelle donne in risposta all’esposizione a informazioni di tipo divulgativo o medico a proposito della Sindrome Premestruale”. Io ce l’ho di sicuro. E penso che se facciamo uno studio per bene come i bravi scienziati che hanno scoperto la PMS riusciamo anche a farla inserire nel DSM.

Altre definizioni includono, oltre ai “sintomi” già citati, anche l’“insonnia”, e, rullo di tamburi, “attacchi di fame anche incontrollabili con voglia di alimenti anche dolci”. Ebbene sì, anche prima del ciclo, si può verificare nel volubile sesso femminile il fenomeno dell’appetito. Mi chiedo quale sia la sua funzione evolutiva? Tipo, sopravvivere? E con quale precisione sono stati condotti questi studi! Pensate che hanno individuato addirittura un trend sul tipo di alimenti preferiti dalle donne in questa fase del ciclo, il che, ovviamente, è un sintomo, perché reca disagio alle pazienti…

Un attimo, in che modo la voglia “incontrollabile” di mangiare con desiderio di alimenti dolci causa un disagio esattamente? Insomma, purché siano disponibili alimenti (anche dolci, attenzione) da consumare al momento dell’“incontrollabile attacco” non vedo quale sia il problema; e se gli alimenti non fossero disponibili, non avrebbe nulla a che fare col ciclo mestruale.

Vorrei aggiungere anche l'”instabilità del comportamento” alla lunga lista dei possibili sintomi psichici della PMS. Mi chiedo quale sia la definizione di “comportamento stabile”…

Un’altra definizione di PMS azzarda addirittura una possibile relazione causale fra questi sintomi (molto curiosi o molto comuni) e il ciclo mestruale. Le “indisposizioni” di queste donne deriverebbero dal “fallimento della gravidanza”. Ebbene sì. Siccome noi donne siamo macchine sforna-bambini e questo è lo scopo principale della nostra vita, quando non siamo incinte il nostro corpo si infuria, il che naturalmente degenera in un incontrollabile e irrefrenabile desiderio di cioccolata.

Ammesso e non concesso che ci sia una correlazione fra questi sintomi e il ciclo, è interessante notare che, se le si cerca con convinzione, vengono fuori le correlazioni più assurde – ad esempio quella fra l’utilizzo di Internet Explorer e l’omicidio (comprensibile).

Nonostante la PMS sia un fenomeno poco chiaro – lo dice anche il nome, una sindrome è un “complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa” – appare essere molto diffuso. Il 70% delle donne avrebbero sintomi da lievi a moderati e il 10% severi. Secondo altri addirittura l’85%. Secondo altri ancora l’80%. Ma ecco che scendiamo al 25% della popolazione femminile italiana “in età fertile” (anche perché se non hai più le mestruazioni come fai ad avere una sindrome prima delle mestruazioni?).

Eppure da un punto di vista scientifico, ancora una volta, non è mai stata provata alcuna relazione di causalità fra i cosiddetti “sbalzi ormonali” del ciclo e i “sintomi” della PMS. In effetti, “dopo 5 decenni di ricerche, non c’è nemmeno un forte consenso sulla definizione, la causa, il trattamento, o perfino l’esistenza della PMS”, come ci spiega la psicologa Robyn Stein DeLuca (P.h.D.) nel suo illuminante TED talk.

La dottoressa argomenta che, poiché sono stati utilizzati oltre 150 diversi sintomi per diagnosticare la PMS, “il mio cane potrebbe avere la PMS”. Questo naturalmente non significa che una donna non possa manifestare qualche sintomo o disagio prima dell’inizio del ciclo, ma “questo non è abbastanza per diagnosticare un disturbo mentale”. (La PMS infatti è stata inclusa nel DSM).

Quando, nel 1994, la PMS è stata ridefinita come PMDD (Sindrome Disforica Premestruale) sono per la prima volta stati chiariti i criteri diagnostici di questo disturbo. Devono essere presenti almeno 5 fra 11 possibili sintomi, questi devono presentarsi nel corso della settimana prima dell’inizio del ciclo e alleviarsi fino a sparire del tutto dopo la fine delle mestruazioni. Si precisa inoltre che il PMDD è qualcosa di più di un semplice aggravamento di disturbi preesistenti.

Sfruttando questi precisi e definiti criteri in luogo di una vaga definizione di PMS derivata da ricerche limitate la percentuale delle donne che ne soffrono scende drasticamente al 3-5% (2-5% secondo altri, 3-8% negli USA).

I media però continuano a trasmettere il messaggio che la PMS esista (questa definizione così vaga è ormai obsoleta) e riguardi quasi tutte le donne se non la maggior parte, il che è inverosimile. Dopotutto, il ciclo mestruale è un fenomeno fisiologico e la nozione che in quasi tutti i casi sia connesso a se non addirittura causa di un disturbo psichiatrico è controintuitiva.

DeLuca precisa, inoltre, che studi hanno dimostrato che l’idea preponderante che la PMS esista e sia molto diffusa influenza le donne coinvolte in questi studi. E questo non avviene perché le donne sono fragili e ingenue creature, ma semplicemente perché è molto più facile credere di avere la PMS quando la sua definizione è così malleabile, e quando si trovano così tante informazioni in merito e sulle possibili cure che sembra che tutte ne siano affette. È un po’ come l’effetto placebo, se credi che ti farà bene, lo farà. Esiste anche l’effetto nocebo, se credi che ti farà male, lo farà. Entrambi sono stati provati e in tutti i sessi.

Purtroppo il mito della Sindrome Premestruale non è affatto innocuo. Prima di tutto contribuisce a perpetuare stereotipi offensivi sulla donna etichettandola come (anche se periodicamente) volubile, irascibile, inaffidabile, incoerente, instabile. D’altra parte, rafforza l’idea che ci sia qualcosa di intrinsecamente patologico nella sessualità, ma solo quella femminile. Trasforma un fatto biologico in una malattia mentale.

Dice DeLuca, quando sei un datore di lavoro e cerchi il miglior candidato per una promozione, pensi a qualcuno di razionale, attendibile, coerente, responsabile – tutto quello che quasi tutte le donne in teoria non sarebbero ben 12 volte l’anno per circa 6 giorni, per un totale di più di un mese l’anno.

Il mito della PMS offre, inoltre, una veloce soluzione-cerotto a qualunque problema una donna possa avere che le causa stress in questa fase del ciclo (come in tutte le altre). Siccome, infatti, la maggior parte delle persone credono che la PMS esista e ignorano le più attendibili statistiche al riguardo, è facile attribuire i propri problemi in un dato momento alla “PMS” e dimenticarsene, ignorando le possibili vere cause – come ad esempio una relazione tossica, le discriminazioni quotidiane, un problema sul lavoro, ecc.

Si può concludere che il mito della PMS gioca un ruolo importante nella perpetuazione e nel mantenimento degli stereotipi di genere, che danneggiano le donne a vantaggio degli uomini.

Vorrei concludere con le parole di DeLuca, perché da lei ho imparato queste preziose verità. Premesso che non c’è niente di male ad avere un problema mentale o una malattia psichiatrica ma c’è di male a far passare quasi tutte le donne per persone instabili: “la buona notizia della Sindrome Premestruale è che mentre alcune donne hanno alcuni sintomi per via del ciclo mestruale, la stragrande maggioranza non ha alcun problema mentale”.

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5 Motivi Per Cui L’Obesità Non È Una Piaga Sociale, L’Obesofobia Invece Sì

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“Rochelle Nicole” by Unsplash

Fin troppe volte mi è capitato di sentire frasi del tipo “l’obesità è un fattore di rischio delle malattie cardiovascolari e del diabete”, “le persone con indice di massa corporea superiore a 25 hanno un’aspettativa di vita ridotta”, o più semplicemente “di obesità si muore”, e “i femministi non possono dire alle persone grasse che vanno bene e di amare il proprio corpo perché non sono in salute”, eccetera.

Sono a conoscenza della corrente di pensiero principale circa l’ “obesità” e anche delle tendenze dominanti della ricerca scientifica in materia. Quello che molti ignorano, invece, è il fatto che esista un filone della letteratura scientifica realizzato da ricercatori che hanno affrontato la questione con lo stesso metodo scientifico ma senza pregiudizi di sorta e sono arrivati a conclusioni diverse.

Ecco, dunque, 6 motivi per cui la piaga sociale non sono le persone grasse, ma quelli a cui le persone grasse fanno schifo e quelli che dicono loro di dimagrire “per il loro bene” (indizio: le due categorie di solito coincidono).

1. Perché la scienza la fanno le persone, e le persone hanno bias impliciti

Personalmente sono grande fan della scienza e del metodo scientifico e penso che sia in assoluto la risorsa più attendibile di cui disponiamo. Dopotutto, la scienza si basa sull’osservazione dei fatti, che di sicuro sono più attendibili delle impressioni delle persone.

Eppure sono le persone ad osservare ed interpretare quei fatti, e le persone hanno bias impliciti – ovvero pregiudizi dei quali non sono consapevoli. Questa non è una forma di nichilismo secondo cui niente è attendibile, non c’è nessuna certezza e tanto vale suicidarsi in massa. Molti fatti sono stati scientificamente provati in maniera definitiva (come l’evoluzione, il fatto che l’universo si sta espandendo, ecc.) e molti studi scientifici sono utili e accurati.

Alcuni, tuttavia, non lo sono. Studi mostrano – come Melissa Fabello sottolinea in questo articolo di Everyday Feminism – che “tutti, dai medici agli infermieri agli psicologi – anche quelli specializzati nello studio dell’obesità – hanno interiorizzato bias impliciti sul peso, il che implica che sono predisposti ad associare il grasso con la cattiva salute”.

Ma la scienza si basa sull’oggettività, quindi capite bene che avere bias impliciti sull’oggetto del proprio studio non è esattamente il presupposto ideale per ottenere risultati scientificamente accurati.

D’altra parte, un tempo esistevano studi che “confermavano” l’idea che gli uomini fossero più intelligenti delle donne e i caucasici degli afroamericani; l’omosessualità era inclusa nel DSM e il termine ‘isteria’ indicava “una tipologia di attacchi nevrotici molto intensi, di cui erano generalmente vittime soggetti femminili”.

2. Perché l’essere “sovrappeso” non è una condanna a morte

Uno studio condotto su 11.326 canadesi adulti per 12 anni ha mostrato un aumentato rischio di mortalità nei magri e negli “obesi di classe II”. Per quanto riguarda le persone “sovrappeso” è stato osservato invece un ridotto rischio di mortalità per tutte le cause. “Nessun aumentato rischio di mortalità è stato associato all’obesità di classe I”.

In un altro studio, gli autori si chiedono “se la corrente categoria degli individui ‘sovrappeso’ non sia quella ottimale”.

Un altro studio condotto su 26.747 giapponesi per 11 anni ha evidenziato un incremento della mortalità per gli individui appartenenti ai gruppi “sottopeso” e “normopeso”; nessun incremento per gli uomini “sovrappeso” e “obesi” e per le donne “sovrappeso” e un “leggero incremento” per le donne “obese”.

In questo articolo del New York Times si riporta che un gruppo di ricercatori del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie ha osservato che nel 2004 ci furono, negli USA, più di 100.000 morti in meno fra le persone “sovrappeso”, “di quanto ci si sarebbe aspettati se quelle persone fossero state normopeso“.

“Se […] vi sentite bene e fate abbastanza attività fisica e se il vostro medico è soddisfatto delle vostre analisi di laboratorio e altri risultati di test, non sono sicuro ci sia alcuna urgenza di modificare il vostro peso” dice il Dr. Mitchell Gail (uno scienziato del National Cancer Institute e uno degli autori dello studio), come si legge nell’articolo, precisando che si tratta di una sua “opinione personale in quanto medico e ricercatore”.

3. Perché la comunità scientifica non è unanime sul fatto che ci sia un’epidemia globale

“E se la cosiddetta ‘epidemia dell’obesità’ fosse largamente illusoria?” scrivono gli autori di un articolo del Giornale Internazionale dell’Epidemiologia.

A quanto pare, la maggior parte delle persone nelle categorie “sovrappeso” e “obeso” hanno adesso una massa corporea “solo leggermente maggiore di quella che loro o i loro predecessori mantenevano una generazione fa” e solo le persone già molto grasse sono davvero aumentate di peso. “In altre parole stiamo osservando delle lievi variazioni, più che delle allarmanti epidemie“.

Il biologo Jeffrey Friedman ce lo spiega con questo esempio, tradotto dall’articolo: “Immaginiamo che il QI medio fosse 100 e il 5% della popolazione avesse un QI di 140 e fosse considerata geniale. Ora poniamo che l’istruzione migliori e il QI medio salga  a 107 e il 10% della popolazione abbia un QI di 140. Ci sono due modi di presentare questi dati. Si potrebbe dire che il QI medio è salito di 7 punti o che a causa del miglioramento dell’istruzione il numero di geni si è raddoppiato. L’intero dibattito sull’obesità è equivalente al trarre conclusioni sui programmi di istruzione nazionali dal fatto che il numero di geni è raddoppiato.”

In definitiva, come si evince da più studi condotti dal NHANS, almeno negli Stati Uniti (che tanti vedono come una nazione di obesi in crescita che si auto-condannano a morte ogni giorno) la relazione tra il BMI e la mortalità  è a forma di U: un BMI troppo alto, tanto quanto uno troppo basso aumenta il rischio di morte prematura, appartenere al gruppo dei “sovrappeso” dunque, non lo aumenta.

4. Perché correlazione e causalità sono due cose diverse

Sebbene ci venga costantemente ricordato, dai media e dai nostri amici e parenti filantropi, che l’obesità è un fattore di rischio di una serie di malattie, non è ancora stato spiegato come esattamente il grasso (o quello in eccesso) possa causare queste malattie. In effetti, non c’è alcuna evidenza del fatto che il grasso causi alcuna malattia.

Eppure sappiamo che ci sono alcune malattie che sono più comuni nelle persone più grasse.

Come spiegano brillantemente (ancora) Melissa Fabello e Linda Bacon in questo articolo, “c’è anche una maggiore incidenza di morti per annegamento in posti dove si vendono più gelati” (indizio: in spiaggia).

Questo significa, semplicemente, che causalità e correlazione non sono sovrapponibili, perché, mentre la prima è indubbia, la seconda è controversa e può essere fuorviante. Se è stato provato che A causa B, A causa B. Se è stato provato che A e B sono correlate, non vuol dire che A causi B ed è possibile che C – che per caso è correlato ad A – sia la vera causa di B.

Ad esempio, sappiamo che i raggi UV possono causare un melanoma. Non solo c’è una correlazione tra i raggi UV e il melanoma, ma sappiamo per certo che i raggi UV possono causarlo, perché causano delle mutazioni nel DNA delle cellule dell’epidermide che ne alterano il ciclo cellulare portandole a duplicarsi in maniera incontrollata (melanoma).

Sappiamo che l’obesità è correlata ad alcune malattie, ma non sappiamo né come né perché e di certo non possiamo dire che ne sia la causa.

Visti i messaggi semplicistici quando non inesatti ai quali siamo esposti, è facile pensare, ad esempio, che l’obesità è correlata al diabete perché causa insulino-resistenza. In realtà però l’obesità è correlata al diabete e all’insulino-resistenza. Questa può essere causata da difetti della molecola dell’insulina dovuti a mutazioni geniche, diminuzione del numero dei recettori dell’insulina (diminuita sensibilità), anomalo accoppiamento fra recettore e insulina (diminuita capacità di risposta), elevate concentrazioni ematiche degli antagonisti dell’insulina (fra cui anche gli ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo).

Non sappiamo se e come il grasso possa causare questi fenomeni. E l’idea che questo sia improbabile non è così rivoluzionaria. Si è visto infatti che donne che si sono sottoposte a liposuzioni rilevanti non hanno presentato alcun cambiamento positivo del loro stato di salute in seguito all’intervento.

Si è visto, inoltre, che alcuni tipi di grasso – come il grasso sottocutaneo situato al livello delle anche e delle cosce – sono associati a più bassi livelli ematici di trigliceridi e colesterolo HDL (quello buono). Ironicamente questo è anche detto il grasso “ginoide” perché è più comune nelle donne, che sono anche la parte della popolazione che si preoccupa di più del proprio peso.

Il problema degli studi statistici che associano il grasso alle malattie di cui sopra (malattie cardiovascolari, diabete, ecc.) è che non tengono conto di possibili fattori di confondimento, implicando una relazione causale fra le due cose a fatti inesistente. Alcuni di questi fattori potrebbero essere le diete e le variazioni di peso (dovuti ai fallimenti delle diete), che aumentano i livelli di cortisolo – più in generale, lo stato di infiammazione dell’organismo, fattori che possono causare insulino-resistenza, fra le altre cose.

Le persone grasse sono, fra tutte, quelle che più iniziano diete e subiscono variazioni di peso, quindi nella ricerca di possibili relazioni fra obesità e malattie è essenziale escludere questi fattori, perché è verosimile che siano quelli a causare le malattie, e non l’obesità in sé.

5. Perché le discriminazioni danneggiano la salute delle persone

Se c’è qualcosa che di certo influenza negativamente la salute delle persone, sono le discriminazioni. Le persone grasse – soprattutto i giovani e soprattutto le donne – sono costantemente esposte all’idea (infondata) che i loro corpi sono schifosi e malsani, la loro aspettativa di vita sotto la media, e tutto questo è colpa loro.

Lavandosi le mani di tutti i possibili fattori genetici che spiegano il grasso ‘di troppo’, i media e le persone attribuiscono l’obesità alla scarsa autostima, rispetto di sé, informazione o determinazione delle persone grasse. Eppure ad essere poco informati sono loro, perché non sanno che è statisticamente provato che le diete non aiutano a perdere peso a lungo termine, e che l’idea che perdere peso possa effettivamente apportare qualche beneficio è largamente discutibile.

È indiscutibile invece, che tutto questo è stressante per le persone grasse, e lo stress cronico non fa bene alla salute – ironicamente è anche fra le possibili cause dell’insulino-resistenza, della steatosi epatica e delle malattie cardiovascolari.

“Basti pensare che dei ricercatori hanno visto che il livello di insoddisfazione del proprio corpo è un migliore indicatore della salute psicofisica di una persona rispetto al tanto citato BMI (che, comunque, è una gran cazzata)”, come sottolineano Melissa Fabello e Linda Bacon in Everyday Feminism.

Cose tipo l’autostima, l’amor proprio e la salute mentale hanno un’importanza gravemente sottovalutata dai nostri amici e parenti “preoccupati” per la salute delle persone grasse. La salute mentale è importante tanto quanto la salute fisica, e i consigli non richiesti, i giudizi gratuiti – espressi con parvenza di cordialità o senza mezzi termini in forma di insulti, e gli sguardi paternalistici o spregevoli non hanno mai fatto bene alla salute mentale (e di conseguenza fisica) di nessuno.

Quindi se il fatto non è che siete obesofobici ma siete davvero preoccupati, tenere in considerazione la sfera emotiva della persona con cui state parlando è un buon inizio.

 

Diete. Effetti Collaterali: Possono Danneggiare Gravemente La Salute Psicofisica Di Chi Le Pratica. Inoltre Non Funzionano Quasi Mai.

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“Closeup photo of hand-choosing donut” by Kaboompics

Informazione gratuita: le diete non funzionano. Punto. 

Immaginiamo il seguente scenario. Un corso universitario della materia x ha un tasso di superamento del 5%. Come interpretiamo questo dato? Gli studenti non sono abbastanza motivati? Gli studenti sono pigri? Gli studenti dovrebbero essere più determinati? O – al contrario – il professore del corso x non è un buon professore.

Mi sembra abbastanza evidente che la seconda spiegazione è più probabile, soprattutto perché stiamo parlando del 5% degli studenti – solo il 5% superano l’esame finale. È improbabile che quasi tutti gli studenti che decidono di iniziare un corso non siano abbastanza determinati da portarlo a termine.

Sebbene questo sia largamente condivisibile, quando lo stesso scenario è applicato alle diete, improvvisamente la gente non è d’accordo. Una dieta, nel linguaggio comune, si definisce come una “temporanea astinenza, totale o parziale, dal cibo per dimagrire”. Questo significa che una dieta è qualcosa con un fine specifico, e questo fine è perdere peso. Oltre a essere specifico, questo fine è anche quasi impossibile da raggiungere – non ce la fa quasi nessuno. Perché allora continuare a seguire lo stesso corso con lo stesso professore?

Einstein disse che la follia consiste nel continuare a ripetere la stessa azione aspettandosi risultati diversi. Eppure tanti lo fanno, dieta dopo dieta, con propositi sempre migliori ma non per questo meno fallimentari.

Il problema non è che queste persone non sono abbastanza determinate, ma che il sistema delle diete in sé e per sé non è funzionante, è fallimentare, inutile e anche dannoso. Non sono le persone che non funzionano – lo fanno male, non ci provano abbastanza – sono le diete che non funzionano.

La reazione più comune a questo è ah ma le diete sono necessarie per la salute, l’obesità è una malattia, ecc. Questo è largamente discutibile.

  1. È certo che massa corporea e salute non sono inversamente proporzionali – gli studi scientifici non ci permettono di fare una simile affermazione, e la matematica non è un’opinione.
  2. È vero che ci sono delle correlazioni fra alcune malattie e il peso corporeo, ma fra correlazioni e causalità diretta c’è una differenza abissale. Ci sono persone grasse perfettamente sane e persone magre diabetiche e con problemi cardiovascolari.
  3. L’obesità rappresenta solo uno dei vari fattori di rischio, ad esempio, di uno dei due tipi di diabete, e nel frattempo siamo circondati da fumatori che parlano della necessità delle diete per la salute.
  4. La maggior parte delle persone che fanno la dieta la fanno a prescindere dal loro stato di salute con l’obiettivo estetico di perdere peso.
  5. Questa motivazione non rende le diete meno fallimentari: non funzionano lo stesso.

Le diete non funzionano perché si basano sul desiderio di controllare il proprio peso, o cambiarlo, e con esso il proprio aspetto. Il motore che spinge tante persone ad iniziare una dieta è la paura di ingrassare o il desiderio di dimagrire, che nasce dal rifiuto del proprio corpo. E con la paura e col rifiuto di sé non si è mai ottenuto niente, che sia necessario per la salute o meno.

A chi dice ah ma io ho fatto la dieta perché mi odiavo e ha funzionato e ora non mi odio più – 1. non sei il 95% delle persone che hanno iniziato una dieta, ma solo un individuo; 2. ne riparliamo fra cinque anni.

A chi dice ah ma io non lo faccio per la salute ma perché non mi piaccio e voglio piacermi – 1. questa motivazione è il motivo per cui le diete non funzionano; 2. ci sono altri modi per piacerti, funzionanti a lungo termine.

Per chi infine davvero è mosso dal desiderio di essere più sano, e non si sta solo autoingannando sui motivi per cui fa la dieta, ecco alcuni suggerimenti che potrebbero rivelarsi utili a lungo termine:

  1. Rinunciare a qualunque proposito estetico circa il proprio corpo e accettarlo così com’è adesso – non lasciamo che sia la società a decidere per noi cosa è “bello” (magro) e cosa non lo è (grasso), la bellezza è un’invenzione e non c’entra con la salute, inoltre questi propositi rendono le diete inefficienti;
  2. Modificare le proprie abitudini di vita che danneggiano la salute, es. smettere di fumare o di bere;
  3. Fare le cose per divertimento – uno sport piacevole è infinitamente migliore per la salute di una dieta stressante e inutile;
  4. Selezionare i cibi positivamente e per amore di sémi voglio bene quindi mangio questo cavolo che mi fa bene e non non mangio questo biscotto perché altrimenti diventerò un mostruoso maiale.
  5. Per quanto riguarda le selezioni negative, tenere presente che si tratta di scelte, e non regole, essere bendisposti ad accettare il fallimento e separare il proprio valore personale dall’esito di queste scelte.

Come scrive Isabel Foxen Duke (health coach ed esperta in materia) “la differenza fra chi riesce ad eliminare cibi per motivi medici con successo, e chi non ci riesce, sta nel grado di disapprovazione del o mancanza di fiducia nel proprio corpo. Fare una scelta alimentare perché vuoi stare bene è molto diverso dal farla perché pensi di non andare bene”.