3 Comuni Argomenti Antifemministi

Io adoro sentir dire “tutti possono essere femministi, femminista è chi sostiene la parità dei sessi”, perché mi rincuora sapere che c’è chi ha capito che il femminismo non è femmefatalismo* – non si tratta di un gruppo di donne pazze che vogliono sterminare il genere maschile.

Il problema è che spesso sento fare questo discorso al solo fine di autonominarsi speciale arbitro super partes in una ipotetica guerra bidirezionale – donne contro uomini e uomini contro donne. È facile mettere le mani avanti, “attenzione, sono femminista ma non sono di quelle pazze, io sostengo la parità dei sessi! Siamo tutti uguali!”.

Ma non dimentichiamo che essere neutrali in situazioni di ingiustizia significa scegliere la parte dell’oppressore (Desmond Tutu).

Intendiamoci, questo è vero, il femminismo si può definire – anche se non è la mia definizione preferita – come “movimento che promuove la parità economica, sociale e politica fra i sessi”. Il che è quanto meno largamente insufficiente.

Questo mondo è – che vi piaccia o meno, e mi auguro non piaccia a nessuno – diviso in oppressori e oppressi, perciò è naturale e probabile che chi dà voce agli oppressi non sia apprezzato dagli oppressori, e spesso nemmeno dagli oppressi.

Eppure è umano voler essere apprezzati da TUTTI, e farlo è estremamente semplice, basta porsi ad arbitro super partes. Se non prendi posizione, non ti inimicherai nessuno e non avrai tanti hater. Ma sai cos’altro non farai? Non aiuterai nessuno, nemmeno te stessa-o.

Se ti limiti a dire che il femminismo è per la parità e il femminismo è per tutti, ed elenchi una serie di ragioni per cui ti distingui da certe femministe (femmine, chiaro) davvero malvagie e ignoranti, sarebbe più opportuno che ti definissi umanista – come fanno quelli che non hanno capito l’oppressione.

Sì, il femminismo “sostiene la parità dei sessi”.

Ma perché non spingersi un po’ oltre, e dire un po’ di cose meno popolari?

La sostiene perché non è stata raggiunta. Non è stata raggiunta perché ci sono diversi sistemi di oppressione che pongono alcuni gruppi di persone su un livello gerarchicamente superiore rispetto ad altri. 

E perché non osare un po’ di più?

Questi gruppi privilegiati sono i bianchi, gli uomini, gli abili, gli eterosessuali, gli adulti, i cisgender, ed altri.

Il femminismo combatte contro queste forme di oppressione allo scopo di distruggerle. È ancora vero che “sostiene la parità dei sessi”, ma adesso questo non suona forse un po’ riduttivo?

Questa è una definizione di femminismo a prova di misogino. Quasi tutte le persone hanno bias impliciti sessisti e di altro tipo – è inevitabile, perché ce li inculcano dalla nascita – e affermerebbero senza problemi che la parità dei sessi è cosa giusta e buona. Queste persone, in cui credo, sono comunque parte del problema, perché non sono a conoscenza dei modi in cui l’oppressione si verifica né sanno cosa possono fare per combatterla.

A quale uomo darebbe fastidio sentir dire “il femminismo sostiene la parità dei sessi”? … Ok, forse ad alcuni (pochi). Il numero di uomini (e donne!) infastiditi però aumenta esponenzialmente se aggiungiamo anche soltanto “per combattere la misoginia”. La prima cosa che ti dicono è “e la misandria“.

E lo capisco, è brutto inimicarsi tanti uomini – e tante donne – tutti insieme, ma è un rischio che penso valga la pena di correre anche solo semplicemente per amor di verità. Perché è vero che il sessismo si verifica ai danni delle donne, per oppressione si intende l’oppressione delle donne, per violenza di genere si intende la violenza contro le donne.

Lo so, la parola donne ripetuta così di frequente infastidisce molti. Ma non starò lì a ripetere “parità” e usare improbabili giri di parole per dire le cose in modo da non indispettire nessuno, questo non è femminismo. Il femminismo si chiama femminismo per un motivo – valido.

Di solito a questo punto mi vengono proposte una serie di fallacie del tipo:

“Sì ma c’è anche la violenza contro gli uomini”;

“Sì ma ci sono anche le discriminazioni contro i bianchi, infatti una volta quel rapper bianco…”;

“Ma per gli uomini è molto più difficile ottenere la custodia dei figli!”;

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Queste critiche, per quanto separate dal contesto siano (spesso) vere, nascono da un’interpretazione sbagliata del concetto di oppressione e del femminismo e in ultima analisi non aiutano nessuno. In genere appartengono a una di queste 3 categorie.

#1 L’Argomento Fantoccio Dell’Oppressione Inversa

A questo proposito ho tradotto un articolo illuminante di Everyday Feminism in cui Melissa Fabello spiega in modo chiaro e semplice perché l’oppressione inversa non può esistere. Ne riprendo qui soltanto i concetti di base.

Uno stereotipo è “l’assunzione – infondata e arbitraria – che un gruppo abbia determinate caratteristiche”un pregiudizio è “l’avversione per un gruppo basata su quegli stereotipi” e discriminare significa “negare l’accesso a risorse sulla base di quei pregiudizi”. L’oppressione, infine, “è tutto questo e la violenza istituzionale e la cancellazione sistematica”.

Il punto cruciale dell’articolo è che mentre tutti possono essere ridotti a stereotipi, vittime di pregiudizi e discriminazioni, solo determinati gruppi di persone sono oppressi.

L’oppressione, infatti, è “un tipo peculiare di problema”, ha delle caratteristiche uniche che rendono impossibile l’esistenza di una ipotetica oppressione inversa, per definizione.

L’oppressione è sistemica, restrittiva e gerarchica. Si basa sull’idea che un gruppo sia in cima alla piramide sociale – il che relega tutti gli altri ad una posizione di inferiorità.

E il sessismo è una forma di oppressione. Ma prendiamo ad esempio il razzismo. Il razzismo è una forma di oppressione, questo significa che ai caucasici è ingiustamente attribuita una posizione sociale gerarchicamente superiore rispetto a tutti gli altri gruppi: per questo non può esistere l’oppressione dei caucasici. L’oppressione, chiamiamola così, “diretta” non può coesistere per definizione con una ipotetica oppressione “inversa”: le due cose sono mutualmente esclusive.

Forse da qualche parte ci sono le discriminazioni contro i bianchi – anche se io non le ho ancora viste, e sono bianca. Ma utilizzare questo argomento per sostenere l’idea di una ipotetica oppressione inversa è una fallacia logica. Precisamente è detta argomento fantoccio e consiste nell’offrire un’interpretazione sbagliata della tesi che si vuole confutare per poi confutare la propria interpretazione.

Se riduci il sessismo, il razzismo – che sono forme di oppressione – a semplici discriminazioni – che sono solo una parte del complesso sistema dell’oppressione – allora è più facile sostenere che non sono solo alcuni gruppi ad essere discriminati. Ma stai confutando un’interpretazione del sessismo tutta tua, che non tiene conto degli aspetti sistemici, gerarchici e limitanti del sessismo, del sessismo istituzionale e della cancellazione sistemica.

#2 Il Diversivo Delle Discriminazioni Contro Gli Uomini

“Ma c’è la violenza contro gli uomini e anche gli uomini vengono discriminati”.

Sì. Ed è essenziale che tutti sappiano che chiunque può subire violenza di qualunque tipo – anche sessuale – a prescindere dal suo genere, orientamento sessuale, origini, ecc.

Ma questo esattamente che c’entra col fatto che il sessismo è l’oppressione delle donne?

Questa fallacia è detta ignoratio elenchi o “conclusione irrilevante” e “consiste nel presentare un argomento di per sé valido, ma fuori tema (cioè a sostegno di qualcosa di diverso da ciò che originariamente si cercava di dimostrare)”.

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Certamente. Gli stereotipi offensivi verso gli uomini, i pregiudizi sugli uomini e le discriminazioni contro gli uomini sono tutte cose inaccettabili e dannose per tutti – uomini e donne – e di cui il femminismo si occupa (e chi meglio degli uomini femministi può farlo?).

La cosa problematica non è la menzione delle “discriminazioni contro gli uomini” ma il fatto che questa venga usata per implicare che sbagliamo a definire il sessismo come oppressione delle donne, perché il sessismo è proprio questo.

L’argomento delle discriminazioni contro gli uomini (come quello della violenza subita dagli uomini) è di per sé valido, ma non dimostra in alcun modo che il sessismo non è l’oppressione delle donne né dimostra che esista il sessismo verso gli uomini – per quel discorso dell’oppressione inversa.

#3 La Falsa Pista Della “Misandria”

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio a causa della “misandria”.

Questa fallacia è detta non sequitur o non causa pro causa, o anche “falsa pista” e “consiste nell’assumere illecitamente come causa qualcosa che non lo è”.

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio, perché – a causa del sessismo – le donne sono tradizionalmente viste come la figura genitoriale che si prende cura non solo dei bambini, ma anche della casa e del marito. La competenza professionale delle donne è tradizionalmente relegata all’ambito domestico.

Non a caso la professione dell’insegnante – soprattutto a un pubblico di bambini e fatta eccezione per i ruoli di leadership – è una delle poche in cui ci sono così tante donne; le donne sono incoraggiate a fare le insegnanti, le infermiere, le domestiche, e [inserisci professione che abbia a che fare col prendersi cura del prossimo in modo disinteressato].

Questo naturalmente implica che tutti gli altri ambiti della vita sono riservati agli uomini. Intendiamoci, non sto affermando che non esistono donne che fanno qualunque altra professione – non oserei mai e molte di loro sono i miei punti di riferimento – ma semplicemente che l’accesso a tutte quelle professioni è più difficile per le donne a causa di fattori sui quali non abbiamo alcun controllo.

E prima che qualcuno mi dica che “se una donna vuole davvero qualcosa ce la può fare”: so bene quanto le donne siano tenaci, capaci, intelligenti e professionali, le ammiro senza riserve. Ma non dovremmo dover fare di più degli uomini per avere accesso alle stesse opportunità e risorse.

E inoltre, nonostante le nostre notevoli capacità – che non sono in alcun modo inferiori a quelle degli uomini – non abbiamo ancora raggiunto molti traguardi proprio perché le forze che muovono il sessismo esulano dal nostro controllo.

Questa è oppressione. È – in parte – quello che intendiamo per sessismo istituzionale o strutturale. Da questo si può evincere quanto il sessismo sia limitante e sistematico e la sua natura gerarchica. Gli uomini hanno più facile accesso a quelle risorse e opportunità perché sono ritenuti più attendibili e più capaci e quindi migliori.

Per questo per gli uomini è più difficile ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio – e non per via della “misandria”. Non voglio dire che questo sia giusto, scusabile o irrilevante: è un problema, merita attenzione e merita la ricerca di una soluzione; ma NON è causato dalla “misandria”, è uno dei modi in cui gli uomini soffrono a causa del sessismo – cioè dell’oppressione delle donne (quella “diretta”). E non è il caso di strumentalizzarlo per sostenere la tesi assurda dell’oppressione “al contrario”.

***

Quando parliamo di un tipo di oppressione con una persona che non lo vive, è umano che questa possa fraintendere e pensare che stiamo affermando qualcosa del tipo “taci, tu non sei oppressa-o, la tua vita è una passeggiata e non hai mai dovuto sudare per ottenere niente”.

In realtà sappiamo bene che la vita è difficile per tutti. Quando diciamo che gli uomini non sono oppressi dal sessismo non vogliamo dire che per gli uomini è tutto facile e non hanno alcun peso sulle loro spalle, vogliamo dire soltanto che non hanno questo peso, il peso (enorme) del sessismo con cui avere a che fare ogni giorno. E questo non vuol dire che non possano essere anche loro oppressi da altre forze (il razzismo, l’odio verso la comunità LGBTQIA+, verso i disabili, eccetera). Non vuol dire nemmeno che noi non abbiamo alcun privilegio – le donne possono essere caucasiche, fisicamente abili, tradizionalmente attraenti, cisgender, eccetera – ma solo che essere donna non è uno di questi.

Se a questo punto dovesse insorgere qualche altro “sì ma…”, allora direi di etichettarlo come fallacia dell’ignoranza invincibile e cambiare interlocutore.

[*Questa parola è inventata perché questo concetto non esiste].

Ecco Perché L’Oppressione Inversa Non Può Esistere (Non Importa Cosa Dice Il Merriam-Webster)

Originariamente pubblicato su Everyday Feminism, il 26-01-2015, da Melissa Fabello.

Ecco un argomento che tocca affrontare a quelli di noi – tutti noi – che fanno parte di movimenti che promuovono la giustizia sociale: l’argomento dell’uomo di paglia dell’oppressione inversa. Anche fra la bella gente che ha una “coscienza sociale”, questo discorso di tanto in tanto viene fuori.

“Sì, le donne nere sono belle – ma penso che intendi dire che tutte le donne sono belle”, dicono.

“Ma dire agli uomini di star zitti e seduti non è pure una cosa sessista?”, ponderano.

“Ma nel dizionario”, iniziano.

E noi – veterani nella guerra contro l’idea dell’oppressione inversa – sappiamo che la battaglia è già stata persa.

È difficile convincere qualcuno del fatto che non ha capito un concetto quando la sua stessa visione del mondo (per quanto sbagliata) dipende dall’esistenza del falso in questione.

Eppure, è vero che l’esistenza dell’oppressione inversa – tipo il “razzismo inverso”, il “privilegio femminile”, e (Dio mi aiuti) la “cisfobia” – è impossibile. Perché la natura stessa dell’oppressione ne impedisce l’esistenza.

Non credo che le persone che discutono dell’oppressione inversa siano ostinatamente ignoranti; credo che siano semplicemente in errore. E chi può biasimarli? Abbiamo tutti interiorizzato idee e valori oppressivi.

Dobbiamo essere in grado di perdonare noi stessi per questo e, invece di rimproverarci, impiegare le nostre energie per cambiare le cose.

Alcune persone hanno interiorizzato la nozione (oppressiva) che l’esperienza vissuta dell’oppressione sia di pubblico dominio e disponibile a tutti – ah, e in qualche modo invidiabile!?

E dobbiamo disperatamente, disperatamente distruggere questa idea.

Quindi iniziamo da qui.

Il Dizionario

Posalo. Chiudi quella finestra del browser. E per quelli di voi che so posteranno definizioni da dizionario nella sezione dei commenti prima ancora di aver letto l’articolo, voi – non ho niente da dirvi. Smettetela.

Il Merriam-Webster non è vostro amico oggi.

Il dizionario, per cominciare, è una risorsa trita e ritrita da usare quando si discutono argomenti complessi.

Puoi mostrarmi la definizione di “pianta” se vuoi, ma di sicuro questo non ti rende un botanico. Similmente, la definizione del tuo dizionario di “razzismo”, ad esempio, non ti rende un esperto di sociologia.

E non sto dicendo che chiunque appartenga al movimento per la difesa della giustizia sociale sia un esperto – anche se, ovviamente, alcuni di noi lo sono – ma quelli di noi che si sono impegnati per smantellare il sistema di privilegi in cui viviamo e disimparare le socializzazioni che ci sono state inculcate traggono le loro informazioni dai grandi – non dal dizionario.

Il dizionario non è Kimberlé Crenshaw. Il dizionario non è Derrick Bell o Patricia J. Williams o Mari Matsuda.

Vuoi una definizione facile, superficiale di “razzismo” per sostenere il tuo punto di vista infondato? Guarda il dizionario. Ma se vuoi applicare la lente della Teoria Critica della Razza a una conversazione sul potere e l’oppressione, studia le opere più influenti delle persone di cui sopra – o almeno qualche opera minore!

Il dizionario è un ottimo strumento.

Diavolo, io uso il dizionario continuamente perché confondo sempre “insure” ed “ensure”, e voglio sempre usare parole ricercate senza sapere davvero se hanno senso nel contesto.

E questo è il motivo per cui c’è il dizionario – per darti una definizione veloce e grossolana su cui lavorare.

Ma il dizionario non ha profondità.

Il dizionario è la me giovane quando mi chiedevano di parlare di argomenti che conoscevo appena,  ma su cui volevo disperatamente avere un’opinione: farfugliavo, cercavo di trovare un senso, ma avevo solo un paragrafo – quando lo avevo! – di informazioni con cui arrangiarmi.

Non è incisivo.

Il dizionario ti dirà che puoi combinare il blu e il rosso per ottenere il viola. Ma chiedi a un’artista visivo di spiegarti il concetto di “viola” e ti lascerà senza parole.

E non pensi che un concetto come l’oppressione meriti lo stesso rispetto?

Fra l’altro, voglio confidarti un segreto sul dizionario: è, di per se stesso, una forza oppressiva. Tutte le risorse che hanno a che fare con “le regole” del linguaggio lo sono.

Anche se i più vecchi dizionari risalgono alla Mesopotamia (chi è sorpreso? Mostrami qualcosa che non risale alla Mesopotamia), il primo dizionario Inglese fu creato nel 1604 da un tizio di nome Robert Cawdrey – un uomo bianco.

E poiché non voglio annoiarvi a morte con la storia della lingua Inglese (anche se lo farei di sicuro se voleste), ve la faccio breve:

Ogni pietra miliare della creazione del dizionario Inglese fu creata da (già) un tizio bianco – alla ricerca di uno “standard della nostra lingua…in senso superiore”, che a me suona tendenzioso.

E lo so perché è una parte importante dell’inesistenza dell’oppressione inversa, ci sono persone in giro che si lamentano di cose del tipo “che c’è di così sbagliato negli uomini bianchi?”.

Quindi lascerò che sia la brillante oltre ogni immaginazione Audre Lorde a spiegare perché non ha il minimo senso usare una risorsa creata da forze oppressive per chiarire il concetto di oppressione: “gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone”.

La Gerarchia

Ora che sappiamo meglio cosa l’oppressione non è, parliamo di cos’è l’oppressione, piuttosto.

Vedete, il problema con la definizione del dizionario di “sessismo”, ad esempio, è che postula che il sessismo sia “pregiudicare, stereotipare, o discriminare…sulla base del sesso” o “il trattamento ingiusto delle persone per via del loro sesso”.

Ora, la cosa buona è che il dizionario sta iniziando a comprendere la nozione che, in generale, il sessismo si verifica contro le donne (e dico “in generale” non per inferire che sia possibile essere sessisti contro gli uomini, ma piuttosto che il sessismo influenza anche le persone trans e gender non-conforming) – e le definizioni stanno iniziando a riflettere questa cosa.

Ma quello che al dizionario – e a molte persone che fanno questo discorso – sfugge è che il sessismo non è solo pregiudicare, stereotipizzare, e discriminare (anche se tutte queste cose sono decisamente negative).

Il sessismo è una forma di oppressione.

Se ci pensate in termini di gerarchia, vedrete che sì, tutte le persone possono essere ridotte a degli stereotipi (assunzioni che tutte le persone di un gruppo siano simili), ai pregiudizi (avversione per un gruppo basata su quegli stereotipi), e alle discriminazioni (negazione dell’accesso a risorse sulla base di quei pregiudizi).

Però, solo le persone oppresse subiscono tutto questo e la violenza istituzionalizzata e la cancellazione sistematica.

Vedete, questo è il motivo per cui non è possibile essere sessisti contro gli uomini.

Perché potete stereotipizzare gli uomini. E potete avere pregiudizi nei confronti degli uomini. E potete anche discriminare gli uomini. E niente di tutto questo è accettabile! Ma l’oppressione – poiché è istituzionalizzata e sistematica – sta su un altro piano.

Permettetemi di spiegare – ricorrendo a un articolo che ho scritto sul privilegio dei magri e a una risorsa che ho utilizzato in quel contesto.

“L’oppressione”, ho scritto in quell’articolo, “è un tipo peculiare di problema”. E ci sono 4 motivi per cui lo è.

1. È Pervasivo

È intessuto negli organi istituzionali, ed è integrato nella coscienza individuale.

Non si tratta di una persona che fa la stronza con un’altra. Non si tratta di una donna che fa battute “misandre” su Twitter. Non si tratta di quella volta che hai visto un poliziotto nero fermare un uomo bianco senza una ragione apparente.

Si tratta di un valore culturale che è sistematico perché esiste all’interno della struttura stessa della nostra società ed è messo in pratica (per quanto spesso inconsciamente) proprio nelle istituzioni di cui ci hanno insegnato a fidarci – sapete, come l’elitario dizionario scritto dal maschio bianco cisgender.

Si tratta di un’ottica che è così profondamente integrata nelle nostre menti che ci comportiamo di conseguenza senza pensarci.

Si tratta di una forza che ci circonda e influenza le nostre relazioni con noi stessi e con gli altri.

Ad esempio, guardate cosa succede se fate una battuta “sessista” sugli uomini. Quanti uomini accorreranno per difendere l’idea che #NonTuttigliUomini fanno quella cosa? Ma se fai una battuta sessista sulle donne, quanti di quegli uomini accorreranno in difesa delle donne?

Anzi, quante donne accorreranno in difesa delle donne? E a quante di quelle poche donne che lo faranno sarà detto che “non sa accettare una battuta”?

Le persone sono più portate ad essere complici di fronte a una battuta sessista perché la convinzione culturale che le donne siano qualcosa da deridere è molto diffusa.

2. È Restrittivo

Cioè, i limiti strutturali modellano significativamente le opportunità della vita di una persona e le sue aspettative in modi che esulano dal controllo individuale.

Dai un’occhiata a questi esempi di privilegio maschile, privilegio bianco, privilegio Cristiano, privilegio eterosessuale, e privilegio dei magri.

Per il fatto di non aver accesso a questi privilegi, le vite delle persone oppresse sono limitate.

Le donne, ad esempio, rischiano di crescere nella convinzione che il loro valore sia strettamente connesso alla loro bellezza – che non importa quanto siano intelligenti, di successo, o esperte, le loro vite saranno comunque confinate dal loro sex appeal.

Volete un esempio davvero azzeccato dei modi in cui la vita delle persone oppresse è limitata? Date un’occhiata al canale scuola-prigione, solo uno dei molti, orribili modi in cui il complesso carcerario industriale limita le vite delle persone di colore.

Nel frattempo, nella maggior parte degli stati, le coppie dello stesso sesso non possono ancora adottare bambini senza andare da un giudice per ottenere la sua approvazione – il che è completamente al di fuori del loro controllo.

E in molti casi, le persone trans e gender non-conforming non possono usare un bagno pubblico in modo sicuro, senza rischi e senza domande. Altro che restrizioni!

Potrei andare avanti, ma adesso capite, giusto?

3. È Gerarchico

Cioè, l’oppressione definisce un gruppo “migliore” di un altro.

I gruppi dominanti o privilegiati beneficiano, spesso inconsciamente, della sottrazione di potere ai gruppi subordinati o vessati.

Come persona magra, ad esempio, e quindi persona che non è oppressa dalla grassofobia, un facile esempio è il fatto di non essere scartata come potenziale partner.

Avete mai dato un’occhiata alla sezione degli annunci personali su craigslist? Io sì. (Giuro che era per un compito assegnatomi alla specialistica). E non ricordo di aver mai visto una clausola “NIENTE TIPE MAGRE”. Ma “NO BBW*”? È scritto dappertutto.

Questo è un modo in cui io traggo vantaggi dalla discriminazione dei grassi.

Potete anche considerare i modi in cui il colorismo (o “shadeism”**) influenza le comunità di colore, se volete vedere la gerarchia dell’oppressione all’opera.

A causa della supremazia dei bianchi e degli effetti persistenti del colonialismo, le persone con la pelle più chiara sono considerate più attraenti – il che facilita anche altre associazioni positive, come il benessere economico e l’intelligenza.

Ma affinché un gruppo possa stare in cima, molti altri devono restare al di sotto.

Questa è oppressione.

4. Il Gruppo Dominante Ha il Potere di Definire la Realtà

Cioè, loro determinano lo status quo: cosa è “normale”, “reale”, o “corretto”.

Considerate il mio esempio del dizionario di prima: se gli uomini bianchi hanno il potere di definire i confini del nostro linguaggio comune, allora sono responsabili di quell’aspetto della nostra realtà.

Un altro enorme aspetto di questo problema è la carenza di rappresentazioni variegate nei media.

Se sei un bambino disabile che sta crescendo e guarda la tv, e tutto ciò a cui sei esposto tutto il tempo sono persone abili che rappresentano la norma, cosa ti insegna questo sulla tua esistenza?

Inoltre, se gli uomini hanno il controllo dei media (e ce l’hanno – oltre il 95% degli incarichi di rilievo nei media appartengono agli uomini), come influenza questo le storie sulle donne?

Se i racconti sulle donne sono controllati dagli uomini, quello che viene raccontato sulle donne è davvero accurato – o è un modo per definire (e confinare) la femminilità “corretta”, “normale”, “vera”?

Che un gruppo abbia l’opportunità di definire il mondo è un sacco di potere.

E il potere è l’altra faccia dell’oppressione.

***

Quando le persone che detengono il potere sono stereotipizzate o discriminate – per quanto sia orribile – non è il risultato di un soggiogamento, a prescindere da cosa dica il dizionario. Questi atteggiamenti negativi verso le persone privilegiate non sono pervasivi, restrittivi o gerarchici.

Il che vuol dire che loro non hanno niente da rimetterci se le parole, le azioni, o le credenze di qualcuno sono offensive – o anche nocive.

E questa è una differenza significativa.

L’oppressione non può esistere senza la forza di un potere dietro. E questo è precisamente il motivo per cui l’idea che un gruppo dominante possa essere soggiogato è così risibile – perché quale forza c’è dietro?

Dobbiamo parlare dei modi in cui le persone elaborano le loro esperienze. Ma quando cerchiamo di farlo tracciando false equivalenze fra più esperienze, non possiamo capirne le differenze, e questo non aiuta nessuno – nemmeno l’uomo di paglia.

[*BBW: Big Beautiful Women, “Donne Grosse e Belle”]
[** da ‘shade’=ombra, sfumatura, indica la preferenza per persone dalla pelle più chiara]

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Melissa A. Fabello, Caporedattrice di Everyday Feminism, è una sostenitrice dell’accettazione corporea e un’esperta di sessualità che vive a Filadelfia. Le piacciono le giornate di pioggia, i tatuaggi, lo Yin Yoga, e Jurassic Park. Ha conseguito un B.S. in English Education alla Boston University e un M.Ed. in Human Sexuality alla Widener University. Attualmente sta lavorando al suo PhD. Può essere contattata su Twitter @fyeahmfabello.

3 Miti Sul Femminismo

Fare coming out come femminista non è una passeggiata. Le persone hanno molte opinioni sul femminismo e sui femministi, la maggior parte delle quali non sono lusinghiere. Questo non è sorprendente se si considera che il femminismo mina le basi di un sistema di oppressione del quale beneficiano alcuni ai danni di altri, quindi è naturale che i primi, consapevolmente o meno, si sentano offesi e impauriti da quella che percepiscono come un’incombente minaccia. Quello che invece è sorprendente è che spesso anche quegli altri vedano il femminismo come una minaccia, un movimento aggressivo e non necessario.

Infatti il patriarcato per poter sopravvivere ha bisogno di raccontarci diverse bugie, come il fatto che l’uguaglianza grosso modo è già stata raggiunta, il femminicidio è il risultato di atti isolati di follia (“raptus” di qualche tipo), se esiste ancora qualche forma di sessismo si trova in qualche luogo lontano nell’emisfero meridionale o da qualche parte ‘lì fuori’ e quindi non ci riguarda, il femminismo non è necessario, le femministe sono aggressive, irrazionali e agitate per natura e si offendono per ogni piccola cosa, è bene diffidare delle donne femministe perché probabilmente sono delle pazze estremiste che odiano gli uomini.

Queste bugie non vengono insegnate isolatamente alle persone di un genere, ad esempio gli uomini, ma vengono diffuse in modo pervasivo, così che tutti possano apprenderle, attraverso strumenti, come i media, che non potrebbero farlo meglio. Se le donne fossero immuni dal patriarcato, infatti, distruggerlo sarebbe molto facile, perché oltre il 50% dell’umanità non avrebbe pregiudizi di sorta. E poiché sono le donne ad essere discriminate, è più probabile che siano le donne a rendersi conto del problema e cercare di affrontarlo. È dunque essenziale perché lo status quo resti tale che tutti, soprattutto le donne, prendano le distanze dal femminismo, onde evitare che possano contribuire significativamente a distruggere il patriarcato. Da qui i miti antifemministi.

Penso quindi che sia importante guardare più da vicino alcune delle idee tanto diffuse sul femminismo e sulle femministe per capire se hanno un qualche fondamento o meno (spoiler: non ne hanno quasi mai).

#1  Le femministe sono arrabbiate col mondo

Una delle cose che ci si sente dire più frequentemente quando si fa coming out come femminista è “non esagerare”, oppure “se non sei estremista va bene”, “io condivido l’idea della parità ma non deve degenerare”, “questa cosa ti farà arrabbiare”, “ti dico una cosa, ma non ti arrabbiare”.

Ammetto subito che in questo mito c’è un fondo di verità. Un piccolissimo, trascurabile fondo di verità. Nel caso qualcuno (voi uomini bianchi cisgender eterosessuali) non l’avesse ancora notato, appartenere a un gruppo di persone che per un motivo o per un altro viene discriminato non è una bella esperienza.

Se non vuoi convivere con un odio inconsapevole per te stessa (misoginia internalizzata), è il caso di farsi una cultura sul femminismo e imparare a individuare come e dove si manifesta il sessismo (altro spoiler: ovunque, in tutti i modi), ma intendo saperlo riconoscere con una certa precisione. D’altra parte, quando impari a fare questa cosa, ti ritrovi ad aver sbattuto in faccia il sessismo diverse decine di volte al giorno, anche con violenza. Accendi la TV e vedi quasi esclusivamente uomini bianchi, quando ti va bene e non becchi la pubblicità – dove vengono proposte figure di donne inesistenti nel mondo reale. Quando esci, al posto di camminare, corri perché non hai voglia di raccogliere altri dati sul fenomeno del catcalling al momento e se corri sarai esposta meno a lungo. Oppure esci la sera e ti chiedi se tornare a casa a piedi da sola sia sicuro visto che quella strada è piuttosto deserta e a volte per sbaglio guardi il telegiornale.

Tutto questo è stressante, il sessismo è stressante e potenzialmente lesivo della salute mentale di tutti – soprattutto i discriminati, se non si attuano delle strategie per imparare a gestirlo nella vita quotidiana. E anche questo non è semplice. Quindi, per quanto una persona possa essere campionessa mondiale nella sottile arte della regolazione emotiva, a volte può capitare di arrabbiarsi.

Il problema è che da questa affermazione al mito secondo cui le femministe ce l’hanno col mondo la strada è parecchio lunga. Prima di tutto, a tutti capita di arrabbiarsi, e alle femministe non capita più degli altri, capita semplicemente per motivi diversi. In secondo luogo, non c’è niente di male ad arrabbiarsi, c’è di male ad essere violenti, e quello della violenza non è un problema legato al femminismo ma piuttosto alla misoginia e alle discriminazioni, che sono le cose contro cui il femminismo lotta.

Il patriarcato ama rigirare frittate, e questo è un tipico esempio di come lo fa. Quelli arrabbiati sono i misogini, non le femministe. Nel termine misoginia è persino inclusa la parola odio, femminismo invece sta per difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone.

Le femministe non sono pazze omicide e nemmeno persone violente, sono persone che lottano per la difesa dei diritti umani e si arrabbiano quando viene loro ricordato che c’è bisogno di farlo, perché altrimenti non li difenderà nessuno. Superiamo quindi questa idea della rabbia nel sangue delle femministe, perché non esiste. Come tutti, anche noi femministe siamo persone e proviamo tutte le emozioni che le persone possono provare, questo è quanto.

#2  Le femministe sono spesso estremiste

Molti (troppi) dicono di non essere antifemministi, ma. Il che è più o meno come dire “io non sono razzista, ma”. Queste persone essenzialmente sostengono che il femminismo va bene, ma non troppo, e sarebbe meglio se si chiamasse in un altro modo… e se fosse un’altra cosa. Il problema di questa mentalità è che si fonda su una convinzione sbagliata, quella che il femminismo abbia lo scopo di imporre la supremazia delle donne in tutto il mondo. Il femminismo consiste nella difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone; per definizione, non c’è niente di estremo in questo.

“Sono femminista” – “Ok ma sei una di quelle radicali?”. Questo è l’atteggiamento di chi presuppone, per i suoi pregiudizi appresi dal patriarcato, che il femminismo sia troppo spinto, eccessivo, estremo di default, e che quindi per essere accettabile debba subire qualche modifica in modo da diventare più moderato. L’idea è che essere femminista è accettabile, ma a delle condizioni. Puoi essere femminista, ma devi precisare che prendi le distanze da una certa corrente femminista presumibilmente aggressiva e violenta, della quale però non si sa molto. Queste persone, infatti, non specificano mai da chi, esattamente, o da cosa, in quanto femminista, è importante distanziarsi.

È interessante che per etichettare le femministe come delle estremiste venga utilizzato così spesso il termine radicale. Eppure radicale vuol dire soltanto “che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa”, almeno secondo la Treccani, e mi auguro che tutti possano concordare su questo. In ambito politico, col termine radicale sono stati definiti “vari partiti europei dell’ultimo Settecento, dell’Ottocento e moderni, come l’attuale Partito r. italiano (ricostituito nel 1956), di matrice laica e pacifista, che ha assunto negli ultimi decenni posizioni più intransigenti, distinguendosi per la battaglia in difesa dei diritti civili e delle libertà individuali, per il ricorso alla prassi della non violenza e a forme spettacolari di azione politica”.

Sembra, dunque, che l’utilizzo del termine radicale con un’accezione negativa per connotare le femministe, sia, in fin dei conti, improprio. C’è differenza fra eccessivo e pericoloso da una parte e radicale, intransigente dall’altra.

L’uguaglianza sociale, economica e politica di tutti gli esseri umani è un concetto radicale. E noi femministi siamo irremovibili a proposito dell’uguaglianza. Ma non siamo esagerati, né tanto meno aggressivi o violenti.

#3 Le femministe odiano gli uomini

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Foto di William Stitt (unsplash.com)

No. Le femministe non hanno sentimenti verso gli uomini diversi da quelli che hanno verso le persone di qualunque altro genere (già, ce ne sono più di due).

Questo argomento, come spiega Riley J. Dennis in questo video, è una fallacia logica, “che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta”. Per definizione, il femminismo difende l’uguaglianza di tutte le persone – e gli uomini rientrano nella categoria persone.

Detto questo, le persone sono tante e diverse e ognuno può definirsi come vuole e comportarsi come vuole, e nessuna legge impone l’obbligo che ci sia una coerenza di fondo fra le due cose. Questo vuol dire che una persona può legalmente essere incoerente, e anche se non fosse legale, l’incoerenza esisterebbe comunque. Alcuni razzisti dicono di essere antirazzisti, alcuni omofobi si dicono attivisti, ci sono uomini che si definiscono femministi per fare colpo su qualcuno o semplicemente perché questo li fa sentire persone migliori quando in realtà sono misogini potenzialmente o effettivamente violenti, animalisti che abbandonano o maltrattano gli animali… la lista è infinita.

Ma per qualche motivo (spoiler: misoginia) l’idea che possano esistere ‘femministe’ che odiano gli uomini è la più interessante e popolare di tutte. Anche gli uomini possono dirsi femministi e odiare le donne ma nessuno per questo motivo va in giro dicendo “i femministi odiano le donne”.

Poiché viviamo in una società misogina, inoltre, è molto probabile che il numero di uomini che odiano le donne sia sproporzionato rispetto al numero di donne che odiano gli uomini – basti pensare al numero di uomini che odiano le donne così tanto da ammazzarle con le loro stesse mani. È dunque presumibile che il numero di uomini che si definiscono femministi e odiano le donne sia anch’esso maggiore del numero di donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini. O, se non altro, non abbiamo dati che provano che ci siano così tante donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini da giustificare questo mito trito e ritrito.

L’affermazione “le femministe odiano gli uomini”, per quanto ne sappiamo, non è in alcun modo più valida dell’affermazione “gli animalisti maltrattano gli animali”: non so, sicuramente alcuni, da qualche parte, che brutta cosa, non dovrebbero definirsi animalisti! Ma non per questo è il caso di andare in giro a denigrare l’animalismo come movimento e gli animalisti in generale.

Non lasciamo che questi miti abbiano l’effetto desiderato, ovvero quello di distogliere la nostra attenzione dai problemi reali e allontanarci dalle possibili soluzioni di questi problemi.

Ognuno ha il diritto di farsi un’idea del femminismo basata sulla sua esperienza e sui suoi studi, senza l’influenza di assurdi cliché e stereotipi offensivi.

Il Mito Della Sindrome Premestruale

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“Tachina Lee” by Unsplash

Si sa che le donne diventano un po’ instabili subito prima dell’inizio del ciclo. Quest’idea è così diffusa che sono stati condotti innumerevoli studi in merito, e questi studi hanno messo in evidenza una correlazione fra il ciclo ormonale femminile e diversi “sintomi” come irritabilità, irrazionalità, impulsività, depressione, ansia, ecc.

Fu così che nacque la cosiddetta Sindrome Premestruale, per dare autorità a tutte queste interessanti assunzioni. Ma cos’è, davvero, scientificamente parlando, la sindrome premestruale?

Beh, questo è discutibile. Secondo wikipedia, sarebbe “una complessa sintomatologia fisica e mentale che si attiverebbe nelle donne in corrispondenza dei giorni immediatamente precedenti le mestruazioni.” Mi piace l’uso del condizionale.

Fra i sintomi psichici della sindrome premestruale, wikipedia inserisce “irritabilità e variabilità dell’umore; voglia di piangere; depressione; diminuzione della libido; astenia; difficoltà di concentrazione” e, il mio preferito in assoluto, “livello di sopportazione diminuito/azzerato”.

Tutto questo è estremamente interessante perché è esattamente tutto ciò che provo ogni volta che mi imbatto in qualche studio sulla PMS o consiglio su come affrontarla.

Non sarà che dovrebbe esserci anche una Sindrome da Sindrome Pre-Mestruale? Io vedo già la definizione: “una complessa sintomatologia fisica e psicologica che si attiverebbe nelle donne in risposta all’esposizione a informazioni di tipo divulgativo o medico a proposito della Sindrome Premestruale”. Io ce l’ho di sicuro. E penso che se facciamo uno studio per bene come i bravi scienziati che hanno scoperto la PMS riusciamo anche a farla inserire nel DSM.

Altre definizioni includono, oltre ai “sintomi” già citati, anche l’“insonnia”, e, rullo di tamburi, “attacchi di fame anche incontrollabili con voglia di alimenti anche dolci”. Ebbene sì, anche prima del ciclo, si può verificare nel volubile sesso femminile il fenomeno dell’appetito. Mi chiedo quale sia la sua funzione evolutiva? Tipo, sopravvivere? E con quale precisione sono stati condotti questi studi! Pensate che hanno individuato addirittura un trend sul tipo di alimenti preferiti dalle donne in questa fase del ciclo, il che, ovviamente, è un sintomo, perché reca disagio alle pazienti…

Un attimo, in che modo la voglia “incontrollabile” di mangiare con desiderio di alimenti dolci causa un disagio esattamente? Insomma, purché siano disponibili alimenti (anche dolci, attenzione) da consumare al momento dell’“incontrollabile attacco” non vedo quale sia il problema; e se gli alimenti non fossero disponibili, non avrebbe nulla a che fare col ciclo mestruale.

Vorrei aggiungere anche l'”instabilità del comportamento” alla lunga lista dei possibili sintomi psichici della PMS. Mi chiedo quale sia la definizione di “comportamento stabile”…

Un’altra definizione di PMS azzarda addirittura una possibile relazione causale fra questi sintomi (molto curiosi o molto comuni) e il ciclo mestruale. Le “indisposizioni” di queste donne deriverebbero dal “fallimento della gravidanza”. Ebbene sì. Siccome noi donne siamo macchine sforna-bambini e questo è lo scopo principale della nostra vita, quando non siamo incinte il nostro corpo si infuria, il che naturalmente degenera in un incontrollabile e irrefrenabile desiderio di cioccolata.

Ammesso e non concesso che ci sia una correlazione fra questi sintomi e il ciclo, è interessante notare che, se le si cerca con convinzione, vengono fuori le correlazioni più assurde – ad esempio quella fra l’utilizzo di Internet Explorer e l’omicidio (comprensibile).

Nonostante la PMS sia un fenomeno poco chiaro – lo dice anche il nome, una sindrome è un “complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa” – appare essere molto diffuso. Il 70% delle donne avrebbero sintomi da lievi a moderati e il 10% severi. Secondo altri addirittura l’85%. Secondo altri ancora l’80%. Ma ecco che scendiamo al 25% della popolazione femminile italiana “in età fertile” (anche perché se non hai più le mestruazioni come fai ad avere una sindrome prima delle mestruazioni?).

Eppure da un punto di vista scientifico, ancora una volta, non è mai stata provata alcuna relazione di causalità fra i cosiddetti “sbalzi ormonali” del ciclo e i “sintomi” della PMS. In effetti, “dopo 5 decenni di ricerche, non c’è nemmeno un forte consenso sulla definizione, la causa, il trattamento, o perfino l’esistenza della PMS”, come ci spiega la psicologa Robyn Stein DeLuca (P.h.D.) nel suo illuminante TED talk.

La dottoressa argomenta che, poiché sono stati utilizzati oltre 150 diversi sintomi per diagnosticare la PMS, “il mio cane potrebbe avere la PMS”. Questo naturalmente non significa che una donna non possa manifestare qualche sintomo o disagio prima dell’inizio del ciclo, ma “questo non è abbastanza per diagnosticare un disturbo mentale”. (La PMS infatti è stata inclusa nel DSM).

Quando, nel 1994, la PMS è stata ridefinita come PMDD (Sindrome Disforica Premestruale) sono per la prima volta stati chiariti i criteri diagnostici di questo disturbo. Devono essere presenti almeno 5 fra 11 possibili sintomi, questi devono presentarsi nel corso della settimana prima dell’inizio del ciclo e alleviarsi fino a sparire del tutto dopo la fine delle mestruazioni. Si precisa inoltre che il PMDD è qualcosa di più di un semplice aggravamento di disturbi preesistenti.

Sfruttando questi precisi e definiti criteri in luogo di una vaga definizione di PMS derivata da ricerche limitate la percentuale delle donne che ne soffrono scende drasticamente al 3-5% (2-5% secondo altri, 3-8% negli USA).

I media però continuano a trasmettere il messaggio che la PMS esista (questa definizione così vaga è ormai obsoleta) e riguardi quasi tutte le donne se non la maggior parte, il che è inverosimile. Dopotutto, il ciclo mestruale è un fenomeno fisiologico e la nozione che in quasi tutti i casi sia connesso a se non addirittura causa di un disturbo psichiatrico è controintuitiva.

DeLuca precisa, inoltre, che studi hanno dimostrato che l’idea preponderante che la PMS esista e sia molto diffusa influenza le donne coinvolte in questi studi. E questo non avviene perché le donne sono fragili e ingenue creature, ma semplicemente perché è molto più facile credere di avere la PMS quando la sua definizione è così malleabile, e quando si trovano così tante informazioni in merito e sulle possibili cure che sembra che tutte ne siano affette. È un po’ come l’effetto placebo, se credi che ti farà bene, lo farà. Esiste anche l’effetto nocebo, se credi che ti farà male, lo farà. Entrambi sono stati provati e in tutti i sessi.

Purtroppo il mito della Sindrome Premestruale non è affatto innocuo. Prima di tutto contribuisce a perpetuare stereotipi offensivi sulla donna etichettandola come (anche se periodicamente) volubile, irascibile, inaffidabile, incoerente, instabile. D’altra parte, rafforza l’idea che ci sia qualcosa di intrinsecamente patologico nella sessualità, ma solo quella femminile. Trasforma un fatto biologico in una malattia mentale.

Dice DeLuca, quando sei un datore di lavoro e cerchi il miglior candidato per una promozione, pensi a qualcuno di razionale, attendibile, coerente, responsabile – tutto quello che quasi tutte le donne in teoria non sarebbero ben 12 volte l’anno per circa 6 giorni, per un totale di più di un mese l’anno.

Il mito della PMS offre, inoltre, una veloce soluzione-cerotto a qualunque problema una donna possa avere che le causa stress in questa fase del ciclo (come in tutte le altre). Siccome, infatti, la maggior parte delle persone credono che la PMS esista e ignorano le più attendibili statistiche al riguardo, è facile attribuire i propri problemi in un dato momento alla “PMS” e dimenticarsene, ignorando le possibili vere cause – come ad esempio una relazione tossica, le discriminazioni quotidiane, un problema sul lavoro, ecc.

Si può concludere che il mito della PMS gioca un ruolo importante nella perpetuazione e nel mantenimento degli stereotipi di genere, che danneggiano le donne a vantaggio degli uomini.

Vorrei concludere con le parole di DeLuca, perché da lei ho imparato queste preziose verità. Premesso che non c’è niente di male ad avere un problema mentale o una malattia psichiatrica ma c’è di male a far passare quasi tutte le donne per persone instabili: “la buona notizia della Sindrome Premestruale è che mentre alcune donne hanno alcuni sintomi per via del ciclo mestruale, la stragrande maggioranza non ha alcun problema mentale”.

Quella È Una Troia, Questo Vestito È Da Troia, Ma Cos’è Una Troia?

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“Girl Sitting on the Stairs” by Kaboompics

Per essere una parola dalla definizione poco chiara, la parola troia viene di certo utilizzata molto spesso. La mia domanda è, esattamente, cos’è una troia?

Ecco la definizione gentilmente fornita dal sito web del Vocabolario Treccani:

tròia s. f. [lat. mediev. troia, forse voce espressiva che imita il grugnito del maiale]. – 1. La femmina del maiale, spec. con riferimento a quella destinata alla riproduzione; è sinon. pop. di scrofa (ma sentito in genere come volg.) 2.fig., spreg. Puttana, soprattutto come insulto. ◆ Dim. troiétta e troiettina; accr. troióna e anche troióne m.; pegg. troiàccia (tutti quasi esclusivam. in senso fig.).”

Penso non ci sia bisogno di discutere sull’accezione negativa del termine, né sul fatto che sia un appellativo esclusivamente riservato agli individui di genere femminile.

È verosimile, dunque, che, se sei una donna, non vuoi essere definita o considerata tale – mentre se sei un uomo non è un tuo problema perché non c’è un corrispettivo maschile e questo termine non ti riguarda, non è usato per definire e criticare la tua persona. Cosa bisogna fare dunque per non essere definita o considerata una troia?

Una troia o una puttana, come ci insegna la Treccani, e anche il Wikizionario, ma soprattutto l’esperienza, è una ragazza o una donna “di facili costumi”, eppure questa espressione è molto generica e anche controversa. L’interpretazione più intuitiva è che si tratti di una donna la cui vita sessuale è molto attiva e che ha più partner sessuali. Fin qui tutto ok, ma non dimentichiamo che il termine ha un’accezione negativa, per cui la domanda sorge spontanea: che c’è di tanto orribile nell’essere una donna che ha molti partner sessuali e-o una vita sessuale molto attiva?

In effetti, scientificamente e fattivamente parlando, proprio niente. Si potrebbe argomentare che potrebbe essere rischioso per la salute, ma con le dovute precauzioni gentilmente rese disponibili dalla moderna scienza medica, questo problema viene risolto. Per altro, questo non spiega perché non abbiamo un termine altrettanto dispregiativo 1. per un uomo che assume lo stesso comportamento (avere molti partner o una vita sessuale molto attiva), in quanto correrebbe gli stessi rischi; e 2. per le persone di qualunque genere che assumono comportamenti rischiosi per la propria salute (es. un equivalente di troia per un fumatore).

Da un punto di vista morale, di nuovo niente. Non stiamo parlando infatti di una donna in una relazione romantica esclusiva, ma di una donna in qualunque situazione sentimentale. Per altro le donne traditrici vengono pure chiamate troie, e in questo caso si potrebbe pensare che l’insulto è giustificato dal fatto che sono traditrici, eppure 1. di nuovo non abbiamo un termine paragonabile per gli uomini traditori, che si sono macchiati della stessa identica colpa; 2. sono chiamate troie anche le donne non traditrici, che non sono in nessuna relazione e hanno molti partner sessuali, o che sono in una relazione aperta e hanno molti partner sessuali – il fattore discriminante dunque non è il tradimento ma l’avere molti partner sessuali.

Non c’è dunque nessuna buona ragione per cui dovremmo considerare meritevole di un simile insulto una donna che ha molti partner sessuali, visto che non c’è niente di male nell’avere molti partner sessuali. D’altra parte non possiamo negare che questo termine e sinonimi vari esistono e sono degli insulti, come è possibile? Semplicemente perché viviamo in una società misogina, in cui ci si aspetta dalle donne un comportamento non solo diverso rispetto a quello che ci si aspetta dagli uomini, ma palesemente subalterno, subordinato.

In questa società le donne vengono criticate per le loro scelte sessuali senza alcun buon motivo ma con un preciso fine. Così facendo, infatti, le si vuole far sentire in colpa per il loro comportamento, affinché lo cambino e assumano invece un comportamento che sia più gradito agli oppressori. Non sono gradite le donne libere, che gestiscono la propria vita sessuale come meglio credono, sono gradite – ammirate e rispettate – le donne sottomesse, che pongono in un secondo piano i loro desideri rispetto alle opinioni degli altri, le donne a cui importa dell’approvazione altrui.

Ci tengo a chiarire che questo non è un invito a tutte le donne ad avere una vita sessuale sfrenata così da sfidare il sistema: questo sarebbe infatti solo un modo diverso di dare il proprio potere ad altri – se faccio una cosa per punire qualcuno o qualcosa non la sto facendo perché la desidero davvero, quindi sto regalando il mio potere ad altri. Ci possiamo riappropriare del potere che ci è stato sottratto soltanto nel momento in cui gestiamo della nostra vita come meglio crediamo, in questo caso in particolare, facciamo delle scelte inerenti la nostra vita sessuale basate esclusivamente sui nostri desideri, senza essere influenzate dal desiderio di approvazione altrui.

D’altra parte il desiderio di approvazione altrui è umano e rispettabile, perché viviamo in una società in cui abbiamo bisogno di altre persone per sopravvivere – l’uomo non è fatto per vivere solo. Per cui vogliamo piacere agli altri, altrimenti temiamo per la nostra sopravvivenza, per motivi evoluzionistici. Allo stesso tempo non viviamo più in una tribù in cui se 7 individui su 10 non approvano le nostre scelte sessuali verremo abbandonate e moriremo sole, per cui possiamo comportarci come meglio crediamo.

Le persone che disapproveranno le nostre scelte e ci escluderanno dalla loro vita per questo non staranno minacciando il nostro benessere, ma staranno dimostrando di essere persone che non abbiamo motivo di volere attorno, perché esprimono giudizi su di noi non basati sui nostri meriti individuali ma sulle nostre scelte sessuali e sulla nostra appartenenza al genere femminile (ci staranno dunque discriminando – non fanno lo stesso con gli uomini).

L’obiettivo di questa operazione di umiliazione del genere femminile in correlazione alla loro vita sessuale è quindi di limitarne libertà. Il messaggio che passa è il seguente: se sei una donna sei passibile di essere etichettata come troia, questo danneggerà la tua reputazione e ti ostacolerà, quindi cerca di non essere una troia. Però non essere considerata una troia implica imporre delle ingiuste e discriminatorie limitazioni alle tue scelte sessuali, così avrai sacrificato la tua indipendenza e difeso lo status quo.

Per altro le donne vengono chiamate troie anche soltanto se assumono un comportamento qualunque, anche non sessuale, che al loro interlocutore non piace.

Chiamarci troie è un modo per zittirci, offenderci e controllarci, limitando le nostre scelte e ferendo la nostra autostima. Cosa possiamo fare dunque per difenderci da questi così comuni insulti?

  1. Non modificare le nostre scelte per ottenere l’approvazione altrui o per vendicarci / sfidare qualcuno;
  2. Fare scelte sessuali e non basate esclusivamente sui nostri desideri e sui nostri standard, non quelli altrui o quelli che ci ha insegnato la società;
  3. Zittire quegli insulti nella nostra testa così come chi li ha pronunciati ha voluto zittire noi. L’umiliazione appartiene a chi la perpetra non a chi la riceve: loro dovrebbero vergognarsi per averci dato della troia, e non noi per il nostro comportamento, perché come ho spiegato non c’è comportamento possibile che giustifichi questo insulto;
  4. Tenere presente che le troie non esistono, sono un concetto inventato in una società misogina per esercitare controllo sulle nostre vite.

Infine vorrei ricordare a tutti quelli che usano il termine troia in modo scherzoso e non offensivo, che il tentativo di appropriarsi del termine è apprezzabile, ma non si possono cancellare anni di sessismo, sofferenze e umiliazioni che le donne hanno subito sentendosi chiamare così. Le donne a cui è stato detto non scherzosamente ma seriamente si sono sentite umiliate, quando invece a sentirsi umiliati dovevano essere quelli che lo hanno detto.

Rispettiamo dunque le loro esperienze e cerchiamo piuttosto di non utilizzare il termine troia, ed etichettarlo per quello che è, un insulto discriminatorio e sessista, quando altri lo usano in nostra presenza.

Il Femminismo E I Femminifobici

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“Rosie The Riveter” – Flickr

Il femminismo.

(Non è un insulto).

Il femminismo è questa bella cosa che dice che tutti gli individui appartenenti alla specie umana, per il solo fatto di appartenere alla specie umana e senza doti aggiuntive, sono meritevoli di uguale rispetto e hanno pari valore.

Uno degli argomenti più comuni degli attimorati del femminismo è che “non è vero che siamo tutti uguali; gli uomini sono più portati per alcune cose e le donne per altre”.

Questo argomento è fuorviante per diversi motivi.

Prima di tutto, il femminismo non sostiene che siamo tutti uguali, il femminismo supporta l’idea che tutti siamo dello stesso valore, non ci sono persone più meritevoli di rispetto di altre, tutti meritiamo rispetto allo stesso modo in quanto esseri umani, fine.

Le così tanto citate “differenze biologiche ed anatomiche” sono frutto di una visione estremamente restrittiva del concetto di genere. Per lo scopo di questo post basti pensare che l’identità di genere non coincide con il genere assegnato alla nascita: non tutte le donne hanno le ovaie e non tutti gli uomini hanno i testicoli. Se così fosse dovremmo pensare che una donna che ha subito un’isterectomia o un’ovariectomia non è più una donna. Se così fosse tutte le persone che presentano condizioni di intersessualità non potrebbero definirsi né uomini né donne. Se così fosse i transgender non esisterebbero. Dal momento però che tutte queste persone esistono (e sono abbastanza) non possiamo annullare le loro – variabilissime – identità di genere, e costringerli a scegliere un genere di appartenenza che non sentono proprio.

Per questo motivo non possiamo dire che le donne sono meno portate per la guida – se intendiamo con ciò che le persone portatrici di utero e ovaie sono geneticamente meno predisposte per la guida – perché ci sono donne che non hanno un corredo cromosomico 46,XX, ma ad esempio 46,XY, o qualunque condizione di intersessualità.

Ammesso e non concesso che tutte o la maggior parte delle donne siano portatrici di due geni X e utero e ovaie (le due cose non sempre coincidono) non ci sono così tanti studi scientifici e accuratamente condotti su campioni statisticamente significativi che ci permettano di asserire che le donne come genere sono più portate per una serie selettiva e specifica di attività rispetto ad un’altra serie altrettanto specifica e selettiva di attività per cui invece sono più portati gli uomini (questi sono stereotipi).

Per chi ancora sta pensando che gli uomini sono evidentemente più portati, ad esempio, per il sollevamento pesi. Quali uomini? Gli individui che hanno un cromosoma X e un cromosoma Y o quelli che hanno certi livelli di testosterone nel loro sangue? Perché non tutti gli uomini hanno un cromosoma X e un cromosoma Y, e non tutti gli uomini che hanno un cromosoma X e un cromosoma Y hanno determinati livelli di testosterone nel loro sangue. Le persone transgender nate con corredo cromosomico 46,XX che fanno terapie ormonali avranno livelli di testosterone molto simili a quelli degli individui con corredo 46,XY.

Il problema, dunque, non è che a noi donne non piace l’idea di avere una massa muscolare meno sviluppata, in effetti non potrebbe interessarci meno, ma piuttosto che state sbagliando a definire chi è un uomo e chi è una donna, prendendovi dei permessi che non spettano a voi ma ai singoli individui. Soltanto una persona può conoscere la propria identità di genere, ed è incredibilmente arrogante e presuntuoso da parte di chiunque eleggersi a definitore dell’identità di genere di qualcun altro. Tu conosci soltanto la tua identità di genere, e non la mia.

Ciò detto, se anche un certo gruppo di persone con certe caratteristiche anatomiche e genetiche fosse davvero più portato per una certa attività piuttosto che un’altra, in che modo questo ha a che fare col suo valore come persona e il rispetto che merita? Silvia che è più portata per guidare le auto merita più rispetto di Marco che non è molto portato, ma è bravissimo nel cucito?

Il punto è dunque, che il femminismo non ha nulla a che fare con le attività che alle persone piace svolgere o quelle per cui i singoli individui o gli individui che condividono certe caratteristiche genetiche sono più o meno portati. Ha a che fare col rispetto dell’essere umano in quanto individuo appartenete a una specie capace (a volte) di sviluppare e rispettare valori positivi e una morale.

Altro comune argomento dei femminifobici è che “il femminismo non serve perché le donne hanno pari diritti”. No. No, le donne non hanno affatto pari diritti. Questo argomento dimostra una visione restrittiva di cosa è un diritto. Da un punto di vista giuridico e politico, le donne hanno conquistato molti diritti che prima non avevano, ad esempio il diritto di voto (e smettetela di tirarlo fuori ogni volta che si parla di femminismo, il femminismo è molto altro). Questo non è abbastanza per affermare che la parità dei sessi è stata raggiunta. A noi femministi piace interpretare il diritto in maniera non giuridica, ma scientifica, quasi universale. Ad esempio, tu non hai il diritto di picchiare o abusare in alcun modo di me, tanto meno se io appartengo a un gruppo di persone che subiscono discriminazioni –  nel qual caso il tuo abuso è a sfondo discriminatorio (che tu ne avessi l’intenzione o meno).

Eppure accade molto spesso che le donne vengano abusate, basti notare che in italiano abbiamo inventato il termine “femminicidioperché ci serve, e non perché ci piaccia.

Dunque sebbene tu non abbia il diritto di abusarmi, perché la legge te lo impedisce, e ti punisce se lo fai, in effetti poi tu lo fai – e anche parecchio spesso. Per cui ecco cosa intendiamo noi femministi per diritto al rispetto e alla sicurezza e a non essere gravemente discriminati e abusati: intendiamo il diritto effettivo, e non quello giuridico. Questo non vuol dire che siamo degli utopisti che sanno solo lamentarsi, stiamo solo affermando che vorremmo vivere in una società in cui per una donna subire abusi non sia così probabile, ma diciamo meno probabile, molto meno probabile, da un punto di vista statistico. Non mi sembra un’affermazione così utopistica, considerando quanto è probabile essere abusati se si è donna in Italia.

Questo è il problema per cui l’argomento dei negazionisti femminifobici non funziona, perché sbagliano nel definire il concetto di diritto, come avevano sbagliato prima nel definire il concetto di genere.

Il negazionismo non ci aiuta, non ci serve, i problemi non verranno risolti negandoli, e qui il mio intento non è di risolverli, ma semplicemente di accettarli, e metterli sotto i riflettori in modo che nessuno possa più negarli.

Un altro aspetto essenziale e molto trascurato del femminismo è l’intersezionalismo. Il femminismo è una lotta attiva contro tutte le forme di oppressione, nessuna esclusa.

L’intersezionalismo è essenziale perché l’obiettivo è l’uguaglianza (uguali diritti, uguale rispetto, uguale merito, non uguale corredo cromosomico) – quindi lungi da noi femministi volerci concentrare sulle (adorabili e rispettabilissime) donne bianche eterosessuali con due cromosomi X.

Siamo interessati dunque ai modi in cui le discriminazioni razziali e sessuali si incrociano con tutte le altre – perché questo accade tutto il tempo. Le donne omosessuali sono più discriminate delle donne eterosessuali, le donne di colore più delle bianche, e così via.

Per concludere, ecco un elenco delle caratteristiche che rendono una persona privilegiata, partendo dalla premessa che questo non rende la persona privilegiata il mostro di Loch Ness, a meno che non faccia abuso dei suoi privilegi o non si rifiuti di riconoscerli (nel qual caso è il mostro di Loch Ness – si scherza).

  • Genere maschile
  • Colore della pelle bianco
  • Essere fisicamente abile
  • Essere credente nella fede cristiana (spesso)
  • Essere eterosessuale
  • Essere cisgender (significa che sei d’accordo coi medici che quando sei nato hanno deciso che eri donna o uomo)
  • Inserire qualunque altra cosa io abbia dimenticato

Lo scopo di questo blog è dire le cose come stanno, osservare i fatti basati su dati statisticamente significativi, e riportarli senza mezzi termini. Le scienze sociali non saranno scienze esatte, e ci sarà sempre chi dirà che “chissà questi studi come sono stati condotti e se sono attendibili”, ma per quanto ci riguarda non solo sono scienze abbastanza esatte ma sono anche il meglio che abbiamo – e non pensiamo che siano così tanto fuorvianti come i negazionisti vogliono farci credere.