Quella È Una Troia, Questo Vestito È Da Troia, Ma Cos’è Una Troia?

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“Girl Sitting on the Stairs” by Kaboompics

Per essere una parola dalla definizione poco chiara, la parola troia viene di certo utilizzata molto spesso. La mia domanda è, esattamente, cos’è una troia?

Ecco la definizione gentilmente fornita dal sito web del Vocabolario Treccani:

tròia s. f. [lat. mediev. troia, forse voce espressiva che imita il grugnito del maiale]. – 1. La femmina del maiale, spec. con riferimento a quella destinata alla riproduzione; è sinon. pop. di scrofa (ma sentito in genere come volg.) 2.fig., spreg. Puttana, soprattutto come insulto. ◆ Dim. troiétta e troiettina; accr. troióna e anche troióne m.; pegg. troiàccia (tutti quasi esclusivam. in senso fig.).”

Penso non ci sia bisogno di discutere sull’accezione negativa del termine, né sul fatto che sia un appellativo esclusivamente riservato agli individui di genere femminile.

È verosimile, dunque, che, se sei una donna, non vuoi essere definita o considerata tale – mentre se sei un uomo non è un tuo problema perché non c’è un corrispettivo maschile e questo termine non ti riguarda, non è usato per definire e criticare la tua persona. Cosa bisogna fare dunque per non essere definita o considerata una troia?

Una troia o una puttana, come ci insegna la Treccani, e anche il Wikizionario, ma soprattutto l’esperienza, è una ragazza o una donna “di facili costumi”, eppure questa espressione è molto generica e anche controversa. L’interpretazione più intuitiva è che si tratti di una donna la cui vita sessuale è molto attiva e che ha più partner sessuali. Fin qui tutto ok, ma non dimentichiamo che il termine ha un’accezione negativa, per cui la domanda sorge spontanea: che c’è di tanto orribile nell’essere una donna che ha molti partner sessuali e-o una vita sessuale molto attiva?

In effetti, scientificamente e fattivamente parlando, proprio niente. Si potrebbe argomentare che potrebbe essere rischioso per la salute, ma con le dovute precauzioni gentilmente rese disponibili dalla moderna scienza medica, questo problema viene risolto. Per altro, questo non spiega perché non abbiamo un termine altrettanto dispregiativo 1. per un uomo che assume lo stesso comportamento (avere molti partner o una vita sessuale molto attiva), in quanto correrebbe gli stessi rischi; e 2. per le persone di qualunque genere che assumono comportamenti rischiosi per la propria salute (es. un equivalente di troia per un fumatore).

Da un punto di vista morale, di nuovo niente. Non stiamo parlando infatti di una donna in una relazione romantica esclusiva, ma di una donna in qualunque situazione sentimentale. Per altro le donne traditrici vengono pure chiamate troie, e in questo caso si potrebbe pensare che l’insulto è giustificato dal fatto che sono traditrici, eppure 1. di nuovo non abbiamo un termine paragonabile per gli uomini traditori, che si sono macchiati della stessa identica colpa; 2. sono chiamate troie anche le donne non traditrici, che non sono in nessuna relazione e hanno molti partner sessuali, o che sono in una relazione aperta e hanno molti partner sessuali – il fattore discriminante dunque non è il tradimento ma l’avere molti partner sessuali.

Non c’è dunque nessuna buona ragione per cui dovremmo considerare meritevole di un simile insulto una donna che ha molti partner sessuali, visto che non c’è niente di male nell’avere molti partner sessuali. D’altra parte non possiamo negare che questo termine e sinonimi vari esistono e sono degli insulti, come è possibile? Semplicemente perché viviamo in una società misogina, in cui ci si aspetta dalle donne un comportamento non solo diverso rispetto a quello che ci si aspetta dagli uomini, ma palesemente subalterno, subordinato.

In questa società le donne vengono criticate per le loro scelte sessuali senza alcun buon motivo ma con un preciso fine. Così facendo, infatti, le si vuole far sentire in colpa per il loro comportamento, affinché lo cambino e assumano invece un comportamento che sia più gradito agli oppressori. Non sono gradite le donne libere, che gestiscono la propria vita sessuale come meglio credono, sono gradite – ammirate e rispettate – le donne sottomesse, che pongono in un secondo piano i loro desideri rispetto alle opinioni degli altri, le donne a cui importa dell’approvazione altrui.

Ci tengo a chiarire che questo non è un invito a tutte le donne ad avere una vita sessuale sfrenata così da sfidare il sistema: questo sarebbe infatti solo un modo diverso di dare il proprio potere ad altri – se faccio una cosa per punire qualcuno o qualcosa non la sto facendo perché la desidero davvero, quindi sto regalando il mio potere ad altri. Ci possiamo riappropriare del potere che ci è stato sottratto soltanto nel momento in cui gestiamo della nostra vita come meglio crediamo, in questo caso in particolare, facciamo delle scelte inerenti la nostra vita sessuale basate esclusivamente sui nostri desideri, senza essere influenzate dal desiderio di approvazione altrui.

D’altra parte il desiderio di approvazione altrui è umano e rispettabile, perché viviamo in una società in cui abbiamo bisogno di altre persone per sopravvivere – l’uomo non è fatto per vivere solo. Per cui vogliamo piacere agli altri, altrimenti temiamo per la nostra sopravvivenza, per motivi evoluzionistici. Allo stesso tempo non viviamo più in una tribù in cui se 7 individui su 10 non approvano le nostre scelte sessuali verremo abbandonate e moriremo sole, per cui possiamo comportarci come meglio crediamo.

Le persone che disapproveranno le nostre scelte e ci escluderanno dalla loro vita per questo non staranno minacciando il nostro benessere, ma staranno dimostrando di essere persone che non abbiamo motivo di volere attorno, perché esprimono giudizi su di noi non basati sui nostri meriti individuali ma sulle nostre scelte sessuali e sulla nostra appartenenza al genere femminile (ci staranno dunque discriminando – non fanno lo stesso con gli uomini).

L’obiettivo di questa operazione di umiliazione del genere femminile in correlazione alla loro vita sessuale è quindi di limitarne libertà. Il messaggio che passa è il seguente: se sei una donna sei passibile di essere etichettata come troia, questo danneggerà la tua reputazione e ti ostacolerà, quindi cerca di non essere una troia. Però non essere considerata una troia implica imporre delle ingiuste e discriminatorie limitazioni alle tue scelte sessuali, così avrai sacrificato la tua indipendenza e difeso lo status quo.

Per altro le donne vengono chiamate troie anche soltanto se assumono un comportamento qualunque, anche non sessuale, che al loro interlocutore non piace.

Chiamarci troie è un modo per zittirci, offenderci e controllarci, limitando le nostre scelte e ferendo la nostra autostima. Cosa possiamo fare dunque per difenderci da questi così comuni insulti?

  1. Non modificare le nostre scelte per ottenere l’approvazione altrui o per vendicarci / sfidare qualcuno;
  2. Fare scelte sessuali e non basate esclusivamente sui nostri desideri e sui nostri standard, non quelli altrui o quelli che ci ha insegnato la società;
  3. Zittire quegli insulti nella nostra testa così come chi li ha pronunciati ha voluto zittire noi. L’umiliazione appartiene a chi la perpetra non a chi la riceve: loro dovrebbero vergognarsi per averci dato della troia, e non noi per il nostro comportamento, perché come ho spiegato non c’è comportamento possibile che giustifichi questo insulto;
  4. Tenere presente che le troie non esistono, sono un concetto inventato in una società misogina per esercitare controllo sulle nostre vite.

Infine vorrei ricordare a tutti quelli che usano il termine troia in modo scherzoso e non offensivo, che il tentativo di appropriarsi del termine è apprezzabile, ma non si possono cancellare anni di sessismo, sofferenze e umiliazioni che le donne hanno subito sentendosi chiamare così. Le donne a cui è stato detto non scherzosamente ma seriamente si sono sentite umiliate, quando invece a sentirsi umiliati dovevano essere quelli che lo hanno detto.

Rispettiamo dunque le loro esperienze e cerchiamo piuttosto di non utilizzare il termine troia, ed etichettarlo per quello che è, un insulto discriminatorio e sessista, quando altri lo usano in nostra presenza.

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