3 Comuni Argomenti Antifemministi

Io adoro sentir dire “tutti possono essere femministi, femminista è chi sostiene la parità dei sessi”, perché mi rincuora sapere che c’è chi ha capito che il femminismo non è femmefatalismo* – non si tratta di un gruppo di donne pazze che vogliono sterminare il genere maschile.

Il problema è che spesso sento fare questo discorso al solo fine di autonominarsi speciale arbitro super partes in una ipotetica guerra bidirezionale – donne contro uomini e uomini contro donne. È facile mettere le mani avanti, “attenzione, sono femminista ma non sono di quelle pazze, io sostengo la parità dei sessi! Siamo tutti uguali!”.

Ma non dimentichiamo che essere neutrali in situazioni di ingiustizia significa scegliere la parte dell’oppressore (Desmond Tutu).

Intendiamoci, questo è vero, il femminismo si può definire – anche se non è la mia definizione preferita – come “movimento che promuove la parità economica, sociale e politica fra i sessi”. Il che è quanto meno largamente insufficiente.

Questo mondo è – che vi piaccia o meno, e mi auguro non piaccia a nessuno – diviso in oppressori e oppressi, perciò è naturale e probabile che chi dà voce agli oppressi non sia apprezzato dagli oppressori, e spesso nemmeno dagli oppressi.

Eppure è umano voler essere apprezzati da TUTTI, e farlo è estremamente semplice, basta porsi ad arbitro super partes. Se non prendi posizione, non ti inimicherai nessuno e non avrai tanti hater. Ma sai cos’altro non farai? Non aiuterai nessuno, nemmeno te stessa-o.

Se ti limiti a dire che il femminismo è per la parità e il femminismo è per tutti, ed elenchi una serie di ragioni per cui ti distingui da certe femministe (femmine, chiaro) davvero malvagie e ignoranti, sarebbe più opportuno che ti definissi umanista – come fanno quelli che non hanno capito l’oppressione.

Sì, il femminismo “sostiene la parità dei sessi”.

Ma perché non spingersi un po’ oltre, e dire un po’ di cose meno popolari?

La sostiene perché non è stata raggiunta. Non è stata raggiunta perché ci sono diversi sistemi di oppressione che pongono alcuni gruppi di persone su un livello gerarchicamente superiore rispetto ad altri. 

E perché non osare un po’ di più?

Questi gruppi privilegiati sono i bianchi, gli uomini, gli abili, gli eterosessuali, gli adulti, i cisgender, ed altri.

Il femminismo combatte contro queste forme di oppressione allo scopo di distruggerle. È ancora vero che “sostiene la parità dei sessi”, ma adesso questo non suona forse un po’ riduttivo?

Questa è una definizione di femminismo a prova di misogino. Quasi tutte le persone hanno bias impliciti sessisti e di altro tipo – è inevitabile, perché ce li inculcano dalla nascita – e affermerebbero senza problemi che la parità dei sessi è cosa giusta e buona. Queste persone, in cui credo, sono comunque parte del problema, perché non sono a conoscenza dei modi in cui l’oppressione si verifica né sanno cosa possono fare per combatterla.

A quale uomo darebbe fastidio sentir dire “il femminismo sostiene la parità dei sessi”? … Ok, forse ad alcuni (pochi). Il numero di uomini (e donne!) infastiditi però aumenta esponenzialmente se aggiungiamo anche soltanto “per combattere la misoginia”. La prima cosa che ti dicono è “e la misandria“.

E lo capisco, è brutto inimicarsi tanti uomini – e tante donne – tutti insieme, ma è un rischio che penso valga la pena di correre anche solo semplicemente per amor di verità. Perché è vero che il sessismo si verifica ai danni delle donne, per oppressione si intende l’oppressione delle donne, per violenza di genere si intende la violenza contro le donne.

Lo so, la parola donne ripetuta così di frequente infastidisce molti. Ma non starò lì a ripetere “parità” e usare improbabili giri di parole per dire le cose in modo da non indispettire nessuno, questo non è femminismo. Il femminismo si chiama femminismo per un motivo – valido.

Di solito a questo punto mi vengono proposte una serie di fallacie del tipo:

“Sì ma c’è anche la violenza contro gli uomini”;

“Sì ma ci sono anche le discriminazioni contro i bianchi, infatti una volta quel rapper bianco…”;

“Ma per gli uomini è molto più difficile ottenere la custodia dei figli!”;

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Queste critiche, per quanto separate dal contesto siano (spesso) vere, nascono da un’interpretazione sbagliata del concetto di oppressione e del femminismo e in ultima analisi non aiutano nessuno. In genere appartengono a una di queste 3 categorie.

#1 L’Argomento Fantoccio Dell’Oppressione Inversa

A questo proposito ho tradotto un articolo illuminante di Everyday Feminism in cui Melissa Fabello spiega in modo chiaro e semplice perché l’oppressione inversa non può esistere. Ne riprendo qui soltanto i concetti di base.

Uno stereotipo è “l’assunzione – infondata e arbitraria – che un gruppo abbia determinate caratteristiche”un pregiudizio è “l’avversione per un gruppo basata su quegli stereotipi” e discriminare significa “negare l’accesso a risorse sulla base di quei pregiudizi”. L’oppressione, infine, “è tutto questo e la violenza istituzionale e la cancellazione sistematica”.

Il punto cruciale dell’articolo è che mentre tutti possono essere ridotti a stereotipi, vittime di pregiudizi e discriminazioni, solo determinati gruppi di persone sono oppressi.

L’oppressione, infatti, è “un tipo peculiare di problema”, ha delle caratteristiche uniche che rendono impossibile l’esistenza di una ipotetica oppressione inversa, per definizione.

L’oppressione è sistemica, restrittiva e gerarchica. Si basa sull’idea che un gruppo sia in cima alla piramide sociale – il che relega tutti gli altri ad una posizione di inferiorità.

E il sessismo è una forma di oppressione. Ma prendiamo ad esempio il razzismo. Il razzismo è una forma di oppressione, questo significa che ai caucasici è ingiustamente attribuita una posizione sociale gerarchicamente superiore rispetto a tutti gli altri gruppi: per questo non può esistere l’oppressione dei caucasici. L’oppressione, chiamiamola così, “diretta” non può coesistere per definizione con una ipotetica oppressione “inversa”: le due cose sono mutualmente esclusive.

Forse da qualche parte ci sono le discriminazioni contro i bianchi – anche se io non le ho ancora viste, e sono bianca. Ma utilizzare questo argomento per sostenere l’idea di una ipotetica oppressione inversa è una fallacia logica. Precisamente è detta argomento fantoccio e consiste nell’offrire un’interpretazione sbagliata della tesi che si vuole confutare per poi confutare la propria interpretazione.

Se riduci il sessismo, il razzismo – che sono forme di oppressione – a semplici discriminazioni – che sono solo una parte del complesso sistema dell’oppressione – allora è più facile sostenere che non sono solo alcuni gruppi ad essere discriminati. Ma stai confutando un’interpretazione del sessismo tutta tua, che non tiene conto degli aspetti sistemici, gerarchici e limitanti del sessismo, del sessismo istituzionale e della cancellazione sistemica.

#2 Il Diversivo Delle Discriminazioni Contro Gli Uomini

“Ma c’è la violenza contro gli uomini e anche gli uomini vengono discriminati”.

Sì. Ed è essenziale che tutti sappiano che chiunque può subire violenza di qualunque tipo – anche sessuale – a prescindere dal suo genere, orientamento sessuale, origini, ecc.

Ma questo esattamente che c’entra col fatto che il sessismo è l’oppressione delle donne?

Questa fallacia è detta ignoratio elenchi o “conclusione irrilevante” e “consiste nel presentare un argomento di per sé valido, ma fuori tema (cioè a sostegno di qualcosa di diverso da ciò che originariamente si cercava di dimostrare)”.

“Ma alle vere femministe importa degli uomini e delle discriminazioni contro gli uomini!”.

Certamente. Gli stereotipi offensivi verso gli uomini, i pregiudizi sugli uomini e le discriminazioni contro gli uomini sono tutte cose inaccettabili e dannose per tutti – uomini e donne – e di cui il femminismo si occupa (e chi meglio degli uomini femministi può farlo?).

La cosa problematica non è la menzione delle “discriminazioni contro gli uomini” ma il fatto che questa venga usata per implicare che sbagliamo a definire il sessismo come oppressione delle donne, perché il sessismo è proprio questo.

L’argomento delle discriminazioni contro gli uomini (come quello della violenza subita dagli uomini) è di per sé valido, ma non dimostra in alcun modo che il sessismo non è l’oppressione delle donne né dimostra che esista il sessismo verso gli uomini – per quel discorso dell’oppressione inversa.

#3 La Falsa Pista Della “Misandria”

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio a causa della “misandria”.

Questa fallacia è detta non sequitur o non causa pro causa, o anche “falsa pista” e “consiste nell’assumere illecitamente come causa qualcosa che non lo è”.

Gli uomini hanno meno chance di ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio, perché – a causa del sessismo – le donne sono tradizionalmente viste come la figura genitoriale che si prende cura non solo dei bambini, ma anche della casa e del marito. La competenza professionale delle donne è tradizionalmente relegata all’ambito domestico.

Non a caso la professione dell’insegnante – soprattutto a un pubblico di bambini e fatta eccezione per i ruoli di leadership – è una delle poche in cui ci sono così tante donne; le donne sono incoraggiate a fare le insegnanti, le infermiere, le domestiche, e [inserisci professione che abbia a che fare col prendersi cura del prossimo in modo disinteressato].

Questo naturalmente implica che tutti gli altri ambiti della vita sono riservati agli uomini. Intendiamoci, non sto affermando che non esistono donne che fanno qualunque altra professione – non oserei mai e molte di loro sono i miei punti di riferimento – ma semplicemente che l’accesso a tutte quelle professioni è più difficile per le donne a causa di fattori sui quali non abbiamo alcun controllo.

E prima che qualcuno mi dica che “se una donna vuole davvero qualcosa ce la può fare”: so bene quanto le donne siano tenaci, capaci, intelligenti e professionali, le ammiro senza riserve. Ma non dovremmo dover fare di più degli uomini per avere accesso alle stesse opportunità e risorse.

E inoltre, nonostante le nostre notevoli capacità – che non sono in alcun modo inferiori a quelle degli uomini – non abbiamo ancora raggiunto molti traguardi proprio perché le forze che muovono il sessismo esulano dal nostro controllo.

Questa è oppressione. È – in parte – quello che intendiamo per sessismo istituzionale o strutturale. Da questo si può evincere quanto il sessismo sia limitante e sistematico e la sua natura gerarchica. Gli uomini hanno più facile accesso a quelle risorse e opportunità perché sono ritenuti più attendibili e più capaci e quindi migliori.

Per questo per gli uomini è più difficile ottenere la custodia dei figli in caso di divorzio – e non per via della “misandria”. Non voglio dire che questo sia giusto, scusabile o irrilevante: è un problema, merita attenzione e merita la ricerca di una soluzione; ma NON è causato dalla “misandria”, è uno dei modi in cui gli uomini soffrono a causa del sessismo – cioè dell’oppressione delle donne (quella “diretta”). E non è il caso di strumentalizzarlo per sostenere la tesi assurda dell’oppressione “al contrario”.

***

Quando parliamo di un tipo di oppressione con una persona che non lo vive, è umano che questa possa fraintendere e pensare che stiamo affermando qualcosa del tipo “taci, tu non sei oppressa-o, la tua vita è una passeggiata e non hai mai dovuto sudare per ottenere niente”.

In realtà sappiamo bene che la vita è difficile per tutti. Quando diciamo che gli uomini non sono oppressi dal sessismo non vogliamo dire che per gli uomini è tutto facile e non hanno alcun peso sulle loro spalle, vogliamo dire soltanto che non hanno questo peso, il peso (enorme) del sessismo con cui avere a che fare ogni giorno. E questo non vuol dire che non possano essere anche loro oppressi da altre forze (il razzismo, l’odio verso la comunità LGBTQIA+, verso i disabili, eccetera). Non vuol dire nemmeno che noi non abbiamo alcun privilegio – le donne possono essere caucasiche, fisicamente abili, tradizionalmente attraenti, cisgender, eccetera – ma solo che essere donna non è uno di questi.

Se a questo punto dovesse insorgere qualche altro “sì ma…”, allora direi di etichettarlo come fallacia dell’ignoranza invincibile e cambiare interlocutore.

[*Questa parola è inventata perché questo concetto non esiste].

Ecco Perché L’Oppressione Inversa Non Può Esistere (Non Importa Cosa Dice Il Merriam-Webster)

Originariamente pubblicato su Everyday Feminism, il 26-01-2015, da Melissa Fabello.

Ecco un argomento che tocca affrontare a quelli di noi – tutti noi – che fanno parte di movimenti che promuovono la giustizia sociale: l’argomento dell’uomo di paglia dell’oppressione inversa. Anche fra la bella gente che ha una “coscienza sociale”, questo discorso di tanto in tanto viene fuori.

“Sì, le donne nere sono belle – ma penso che intendi dire che tutte le donne sono belle”, dicono.

“Ma dire agli uomini di star zitti e seduti non è pure una cosa sessista?”, ponderano.

“Ma nel dizionario”, iniziano.

E noi – veterani nella guerra contro l’idea dell’oppressione inversa – sappiamo che la battaglia è già stata persa.

È difficile convincere qualcuno del fatto che non ha capito un concetto quando la sua stessa visione del mondo (per quanto sbagliata) dipende dall’esistenza del falso in questione.

Eppure, è vero che l’esistenza dell’oppressione inversa – tipo il “razzismo inverso”, il “privilegio femminile”, e (Dio mi aiuti) la “cisfobia” – è impossibile. Perché la natura stessa dell’oppressione ne impedisce l’esistenza.

Non credo che le persone che discutono dell’oppressione inversa siano ostinatamente ignoranti; credo che siano semplicemente in errore. E chi può biasimarli? Abbiamo tutti interiorizzato idee e valori oppressivi.

Dobbiamo essere in grado di perdonare noi stessi per questo e, invece di rimproverarci, impiegare le nostre energie per cambiare le cose.

Alcune persone hanno interiorizzato la nozione (oppressiva) che l’esperienza vissuta dell’oppressione sia di pubblico dominio e disponibile a tutti – ah, e in qualche modo invidiabile!?

E dobbiamo disperatamente, disperatamente distruggere questa idea.

Quindi iniziamo da qui.

Il Dizionario

Posalo. Chiudi quella finestra del browser. E per quelli di voi che so posteranno definizioni da dizionario nella sezione dei commenti prima ancora di aver letto l’articolo, voi – non ho niente da dirvi. Smettetela.

Il Merriam-Webster non è vostro amico oggi.

Il dizionario, per cominciare, è una risorsa trita e ritrita da usare quando si discutono argomenti complessi.

Puoi mostrarmi la definizione di “pianta” se vuoi, ma di sicuro questo non ti rende un botanico. Similmente, la definizione del tuo dizionario di “razzismo”, ad esempio, non ti rende un esperto di sociologia.

E non sto dicendo che chiunque appartenga al movimento per la difesa della giustizia sociale sia un esperto – anche se, ovviamente, alcuni di noi lo sono – ma quelli di noi che si sono impegnati per smantellare il sistema di privilegi in cui viviamo e disimparare le socializzazioni che ci sono state inculcate traggono le loro informazioni dai grandi – non dal dizionario.

Il dizionario non è Kimberlé Crenshaw. Il dizionario non è Derrick Bell o Patricia J. Williams o Mari Matsuda.

Vuoi una definizione facile, superficiale di “razzismo” per sostenere il tuo punto di vista infondato? Guarda il dizionario. Ma se vuoi applicare la lente della Teoria Critica della Razza a una conversazione sul potere e l’oppressione, studia le opere più influenti delle persone di cui sopra – o almeno qualche opera minore!

Il dizionario è un ottimo strumento.

Diavolo, io uso il dizionario continuamente perché confondo sempre “insure” ed “ensure”, e voglio sempre usare parole ricercate senza sapere davvero se hanno senso nel contesto.

E questo è il motivo per cui c’è il dizionario – per darti una definizione veloce e grossolana su cui lavorare.

Ma il dizionario non ha profondità.

Il dizionario è la me giovane quando mi chiedevano di parlare di argomenti che conoscevo appena,  ma su cui volevo disperatamente avere un’opinione: farfugliavo, cercavo di trovare un senso, ma avevo solo un paragrafo – quando lo avevo! – di informazioni con cui arrangiarmi.

Non è incisivo.

Il dizionario ti dirà che puoi combinare il blu e il rosso per ottenere il viola. Ma chiedi a un’artista visivo di spiegarti il concetto di “viola” e ti lascerà senza parole.

E non pensi che un concetto come l’oppressione meriti lo stesso rispetto?

Fra l’altro, voglio confidarti un segreto sul dizionario: è, di per se stesso, una forza oppressiva. Tutte le risorse che hanno a che fare con “le regole” del linguaggio lo sono.

Anche se i più vecchi dizionari risalgono alla Mesopotamia (chi è sorpreso? Mostrami qualcosa che non risale alla Mesopotamia), il primo dizionario Inglese fu creato nel 1604 da un tizio di nome Robert Cawdrey – un uomo bianco.

E poiché non voglio annoiarvi a morte con la storia della lingua Inglese (anche se lo farei di sicuro se voleste), ve la faccio breve:

Ogni pietra miliare della creazione del dizionario Inglese fu creata da (già) un tizio bianco – alla ricerca di uno “standard della nostra lingua…in senso superiore”, che a me suona tendenzioso.

E lo so perché è una parte importante dell’inesistenza dell’oppressione inversa, ci sono persone in giro che si lamentano di cose del tipo “che c’è di così sbagliato negli uomini bianchi?”.

Quindi lascerò che sia la brillante oltre ogni immaginazione Audre Lorde a spiegare perché non ha il minimo senso usare una risorsa creata da forze oppressive per chiarire il concetto di oppressione: “gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone”.

La Gerarchia

Ora che sappiamo meglio cosa l’oppressione non è, parliamo di cos’è l’oppressione, piuttosto.

Vedete, il problema con la definizione del dizionario di “sessismo”, ad esempio, è che postula che il sessismo sia “pregiudicare, stereotipare, o discriminare…sulla base del sesso” o “il trattamento ingiusto delle persone per via del loro sesso”.

Ora, la cosa buona è che il dizionario sta iniziando a comprendere la nozione che, in generale, il sessismo si verifica contro le donne (e dico “in generale” non per inferire che sia possibile essere sessisti contro gli uomini, ma piuttosto che il sessismo influenza anche le persone trans e gender non-conforming) – e le definizioni stanno iniziando a riflettere questa cosa.

Ma quello che al dizionario – e a molte persone che fanno questo discorso – sfugge è che il sessismo non è solo pregiudicare, stereotipizzare, e discriminare (anche se tutte queste cose sono decisamente negative).

Il sessismo è una forma di oppressione.

Se ci pensate in termini di gerarchia, vedrete che sì, tutte le persone possono essere ridotte a degli stereotipi (assunzioni che tutte le persone di un gruppo siano simili), ai pregiudizi (avversione per un gruppo basata su quegli stereotipi), e alle discriminazioni (negazione dell’accesso a risorse sulla base di quei pregiudizi).

Però, solo le persone oppresse subiscono tutto questo e la violenza istituzionalizzata e la cancellazione sistematica.

Vedete, questo è il motivo per cui non è possibile essere sessisti contro gli uomini.

Perché potete stereotipizzare gli uomini. E potete avere pregiudizi nei confronti degli uomini. E potete anche discriminare gli uomini. E niente di tutto questo è accettabile! Ma l’oppressione – poiché è istituzionalizzata e sistematica – sta su un altro piano.

Permettetemi di spiegare – ricorrendo a un articolo che ho scritto sul privilegio dei magri e a una risorsa che ho utilizzato in quel contesto.

“L’oppressione”, ho scritto in quell’articolo, “è un tipo peculiare di problema”. E ci sono 4 motivi per cui lo è.

1. È Pervasivo

È intessuto negli organi istituzionali, ed è integrato nella coscienza individuale.

Non si tratta di una persona che fa la stronza con un’altra. Non si tratta di una donna che fa battute “misandre” su Twitter. Non si tratta di quella volta che hai visto un poliziotto nero fermare un uomo bianco senza una ragione apparente.

Si tratta di un valore culturale che è sistematico perché esiste all’interno della struttura stessa della nostra società ed è messo in pratica (per quanto spesso inconsciamente) proprio nelle istituzioni di cui ci hanno insegnato a fidarci – sapete, come l’elitario dizionario scritto dal maschio bianco cisgender.

Si tratta di un’ottica che è così profondamente integrata nelle nostre menti che ci comportiamo di conseguenza senza pensarci.

Si tratta di una forza che ci circonda e influenza le nostre relazioni con noi stessi e con gli altri.

Ad esempio, guardate cosa succede se fate una battuta “sessista” sugli uomini. Quanti uomini accorreranno per difendere l’idea che #NonTuttigliUomini fanno quella cosa? Ma se fai una battuta sessista sulle donne, quanti di quegli uomini accorreranno in difesa delle donne?

Anzi, quante donne accorreranno in difesa delle donne? E a quante di quelle poche donne che lo faranno sarà detto che “non sa accettare una battuta”?

Le persone sono più portate ad essere complici di fronte a una battuta sessista perché la convinzione culturale che le donne siano qualcosa da deridere è molto diffusa.

2. È Restrittivo

Cioè, i limiti strutturali modellano significativamente le opportunità della vita di una persona e le sue aspettative in modi che esulano dal controllo individuale.

Dai un’occhiata a questi esempi di privilegio maschile, privilegio bianco, privilegio Cristiano, privilegio eterosessuale, e privilegio dei magri.

Per il fatto di non aver accesso a questi privilegi, le vite delle persone oppresse sono limitate.

Le donne, ad esempio, rischiano di crescere nella convinzione che il loro valore sia strettamente connesso alla loro bellezza – che non importa quanto siano intelligenti, di successo, o esperte, le loro vite saranno comunque confinate dal loro sex appeal.

Volete un esempio davvero azzeccato dei modi in cui la vita delle persone oppresse è limitata? Date un’occhiata al canale scuola-prigione, solo uno dei molti, orribili modi in cui il complesso carcerario industriale limita le vite delle persone di colore.

Nel frattempo, nella maggior parte degli stati, le coppie dello stesso sesso non possono ancora adottare bambini senza andare da un giudice per ottenere la sua approvazione – il che è completamente al di fuori del loro controllo.

E in molti casi, le persone trans e gender non-conforming non possono usare un bagno pubblico in modo sicuro, senza rischi e senza domande. Altro che restrizioni!

Potrei andare avanti, ma adesso capite, giusto?

3. È Gerarchico

Cioè, l’oppressione definisce un gruppo “migliore” di un altro.

I gruppi dominanti o privilegiati beneficiano, spesso inconsciamente, della sottrazione di potere ai gruppi subordinati o vessati.

Come persona magra, ad esempio, e quindi persona che non è oppressa dalla grassofobia, un facile esempio è il fatto di non essere scartata come potenziale partner.

Avete mai dato un’occhiata alla sezione degli annunci personali su craigslist? Io sì. (Giuro che era per un compito assegnatomi alla specialistica). E non ricordo di aver mai visto una clausola “NIENTE TIPE MAGRE”. Ma “NO BBW*”? È scritto dappertutto.

Questo è un modo in cui io traggo vantaggi dalla discriminazione dei grassi.

Potete anche considerare i modi in cui il colorismo (o “shadeism”**) influenza le comunità di colore, se volete vedere la gerarchia dell’oppressione all’opera.

A causa della supremazia dei bianchi e degli effetti persistenti del colonialismo, le persone con la pelle più chiara sono considerate più attraenti – il che facilita anche altre associazioni positive, come il benessere economico e l’intelligenza.

Ma affinché un gruppo possa stare in cima, molti altri devono restare al di sotto.

Questa è oppressione.

4. Il Gruppo Dominante Ha il Potere di Definire la Realtà

Cioè, loro determinano lo status quo: cosa è “normale”, “reale”, o “corretto”.

Considerate il mio esempio del dizionario di prima: se gli uomini bianchi hanno il potere di definire i confini del nostro linguaggio comune, allora sono responsabili di quell’aspetto della nostra realtà.

Un altro enorme aspetto di questo problema è la carenza di rappresentazioni variegate nei media.

Se sei un bambino disabile che sta crescendo e guarda la tv, e tutto ciò a cui sei esposto tutto il tempo sono persone abili che rappresentano la norma, cosa ti insegna questo sulla tua esistenza?

Inoltre, se gli uomini hanno il controllo dei media (e ce l’hanno – oltre il 95% degli incarichi di rilievo nei media appartengono agli uomini), come influenza questo le storie sulle donne?

Se i racconti sulle donne sono controllati dagli uomini, quello che viene raccontato sulle donne è davvero accurato – o è un modo per definire (e confinare) la femminilità “corretta”, “normale”, “vera”?

Che un gruppo abbia l’opportunità di definire il mondo è un sacco di potere.

E il potere è l’altra faccia dell’oppressione.

***

Quando le persone che detengono il potere sono stereotipizzate o discriminate – per quanto sia orribile – non è il risultato di un soggiogamento, a prescindere da cosa dica il dizionario. Questi atteggiamenti negativi verso le persone privilegiate non sono pervasivi, restrittivi o gerarchici.

Il che vuol dire che loro non hanno niente da rimetterci se le parole, le azioni, o le credenze di qualcuno sono offensive – o anche nocive.

E questa è una differenza significativa.

L’oppressione non può esistere senza la forza di un potere dietro. E questo è precisamente il motivo per cui l’idea che un gruppo dominante possa essere soggiogato è così risibile – perché quale forza c’è dietro?

Dobbiamo parlare dei modi in cui le persone elaborano le loro esperienze. Ma quando cerchiamo di farlo tracciando false equivalenze fra più esperienze, non possiamo capirne le differenze, e questo non aiuta nessuno – nemmeno l’uomo di paglia.

[*BBW: Big Beautiful Women, “Donne Grosse e Belle”]
[** da ‘shade’=ombra, sfumatura, indica la preferenza per persone dalla pelle più chiara]

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Melissa A. Fabello, Caporedattrice di Everyday Feminism, è una sostenitrice dell’accettazione corporea e un’esperta di sessualità che vive a Filadelfia. Le piacciono le giornate di pioggia, i tatuaggi, lo Yin Yoga, e Jurassic Park. Ha conseguito un B.S. in English Education alla Boston University e un M.Ed. in Human Sexuality alla Widener University. Attualmente sta lavorando al suo PhD. Può essere contattata su Twitter @fyeahmfabello.

3 Miti Sul Femminismo

Fare coming out come femminista non è una passeggiata. Le persone hanno molte opinioni sul femminismo e sui femministi, la maggior parte delle quali non sono lusinghiere. Questo non è sorprendente se si considera che il femminismo mina le basi di un sistema di oppressione del quale beneficiano alcuni ai danni di altri, quindi è naturale che i primi, consapevolmente o meno, si sentano offesi e impauriti da quella che percepiscono come un’incombente minaccia. Quello che invece è sorprendente è che spesso anche quegli altri vedano il femminismo come una minaccia, un movimento aggressivo e non necessario.

Infatti il patriarcato per poter sopravvivere ha bisogno di raccontarci diverse bugie, come il fatto che l’uguaglianza grosso modo è già stata raggiunta, il femminicidio è il risultato di atti isolati di follia (“raptus” di qualche tipo), se esiste ancora qualche forma di sessismo si trova in qualche luogo lontano nell’emisfero meridionale o da qualche parte ‘lì fuori’ e quindi non ci riguarda, il femminismo non è necessario, le femministe sono aggressive, irrazionali e agitate per natura e si offendono per ogni piccola cosa, è bene diffidare delle donne femministe perché probabilmente sono delle pazze estremiste che odiano gli uomini.

Queste bugie non vengono insegnate isolatamente alle persone di un genere, ad esempio gli uomini, ma vengono diffuse in modo pervasivo, così che tutti possano apprenderle, attraverso strumenti, come i media, che non potrebbero farlo meglio. Se le donne fossero immuni dal patriarcato, infatti, distruggerlo sarebbe molto facile, perché oltre il 50% dell’umanità non avrebbe pregiudizi di sorta. E poiché sono le donne ad essere discriminate, è più probabile che siano le donne a rendersi conto del problema e cercare di affrontarlo. È dunque essenziale perché lo status quo resti tale che tutti, soprattutto le donne, prendano le distanze dal femminismo, onde evitare che possano contribuire significativamente a distruggere il patriarcato. Da qui i miti antifemministi.

Penso quindi che sia importante guardare più da vicino alcune delle idee tanto diffuse sul femminismo e sulle femministe per capire se hanno un qualche fondamento o meno (spoiler: non ne hanno quasi mai).

#1  Le femministe sono arrabbiate col mondo

Una delle cose che ci si sente dire più frequentemente quando si fa coming out come femminista è “non esagerare”, oppure “se non sei estremista va bene”, “io condivido l’idea della parità ma non deve degenerare”, “questa cosa ti farà arrabbiare”, “ti dico una cosa, ma non ti arrabbiare”.

Ammetto subito che in questo mito c’è un fondo di verità. Un piccolissimo, trascurabile fondo di verità. Nel caso qualcuno (voi uomini bianchi cisgender eterosessuali) non l’avesse ancora notato, appartenere a un gruppo di persone che per un motivo o per un altro viene discriminato non è una bella esperienza.

Se non vuoi convivere con un odio inconsapevole per te stessa (misoginia internalizzata), è il caso di farsi una cultura sul femminismo e imparare a individuare come e dove si manifesta il sessismo (altro spoiler: ovunque, in tutti i modi), ma intendo saperlo riconoscere con una certa precisione. D’altra parte, quando impari a fare questa cosa, ti ritrovi ad aver sbattuto in faccia il sessismo diverse decine di volte al giorno, anche con violenza. Accendi la TV e vedi quasi esclusivamente uomini bianchi, quando ti va bene e non becchi la pubblicità – dove vengono proposte figure di donne inesistenti nel mondo reale. Quando esci, al posto di camminare, corri perché non hai voglia di raccogliere altri dati sul fenomeno del catcalling al momento e se corri sarai esposta meno a lungo. Oppure esci la sera e ti chiedi se tornare a casa a piedi da sola sia sicuro visto che quella strada è piuttosto deserta e a volte per sbaglio guardi il telegiornale.

Tutto questo è stressante, il sessismo è stressante e potenzialmente lesivo della salute mentale di tutti – soprattutto i discriminati, se non si attuano delle strategie per imparare a gestirlo nella vita quotidiana. E anche questo non è semplice. Quindi, per quanto una persona possa essere campionessa mondiale nella sottile arte della regolazione emotiva, a volte può capitare di arrabbiarsi.

Il problema è che da questa affermazione al mito secondo cui le femministe ce l’hanno col mondo la strada è parecchio lunga. Prima di tutto, a tutti capita di arrabbiarsi, e alle femministe non capita più degli altri, capita semplicemente per motivi diversi. In secondo luogo, non c’è niente di male ad arrabbiarsi, c’è di male ad essere violenti, e quello della violenza non è un problema legato al femminismo ma piuttosto alla misoginia e alle discriminazioni, che sono le cose contro cui il femminismo lotta.

Il patriarcato ama rigirare frittate, e questo è un tipico esempio di come lo fa. Quelli arrabbiati sono i misogini, non le femministe. Nel termine misoginia è persino inclusa la parola odio, femminismo invece sta per difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone.

Le femministe non sono pazze omicide e nemmeno persone violente, sono persone che lottano per la difesa dei diritti umani e si arrabbiano quando viene loro ricordato che c’è bisogno di farlo, perché altrimenti non li difenderà nessuno. Superiamo quindi questa idea della rabbia nel sangue delle femministe, perché non esiste. Come tutti, anche noi femministe siamo persone e proviamo tutte le emozioni che le persone possono provare, questo è quanto.

#2  Le femministe sono spesso estremiste

Molti (troppi) dicono di non essere antifemministi, ma. Il che è più o meno come dire “io non sono razzista, ma”. Queste persone essenzialmente sostengono che il femminismo va bene, ma non troppo, e sarebbe meglio se si chiamasse in un altro modo… e se fosse un’altra cosa. Il problema di questa mentalità è che si fonda su una convinzione sbagliata, quella che il femminismo abbia lo scopo di imporre la supremazia delle donne in tutto il mondo. Il femminismo consiste nella difesa dell’uguaglianza sociale, politica ed economica di tutte le persone; per definizione, non c’è niente di estremo in questo.

“Sono femminista” – “Ok ma sei una di quelle radicali?”. Questo è l’atteggiamento di chi presuppone, per i suoi pregiudizi appresi dal patriarcato, che il femminismo sia troppo spinto, eccessivo, estremo di default, e che quindi per essere accettabile debba subire qualche modifica in modo da diventare più moderato. L’idea è che essere femminista è accettabile, ma a delle condizioni. Puoi essere femminista, ma devi precisare che prendi le distanze da una certa corrente femminista presumibilmente aggressiva e violenta, della quale però non si sa molto. Queste persone, infatti, non specificano mai da chi, esattamente, o da cosa, in quanto femminista, è importante distanziarsi.

È interessante che per etichettare le femministe come delle estremiste venga utilizzato così spesso il termine radicale. Eppure radicale vuol dire soltanto “che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa”, almeno secondo la Treccani, e mi auguro che tutti possano concordare su questo. In ambito politico, col termine radicale sono stati definiti “vari partiti europei dell’ultimo Settecento, dell’Ottocento e moderni, come l’attuale Partito r. italiano (ricostituito nel 1956), di matrice laica e pacifista, che ha assunto negli ultimi decenni posizioni più intransigenti, distinguendosi per la battaglia in difesa dei diritti civili e delle libertà individuali, per il ricorso alla prassi della non violenza e a forme spettacolari di azione politica”.

Sembra, dunque, che l’utilizzo del termine radicale con un’accezione negativa per connotare le femministe, sia, in fin dei conti, improprio. C’è differenza fra eccessivo e pericoloso da una parte e radicale, intransigente dall’altra.

L’uguaglianza sociale, economica e politica di tutti gli esseri umani è un concetto radicale. E noi femministi siamo irremovibili a proposito dell’uguaglianza. Ma non siamo esagerati, né tanto meno aggressivi o violenti.

#3 Le femministe odiano gli uomini

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Foto di William Stitt (unsplash.com)

No. Le femministe non hanno sentimenti verso gli uomini diversi da quelli che hanno verso le persone di qualunque altro genere (già, ce ne sono più di due).

Questo argomento, come spiega Riley J. Dennis in questo video, è una fallacia logica, “che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta”. Per definizione, il femminismo difende l’uguaglianza di tutte le persone – e gli uomini rientrano nella categoria persone.

Detto questo, le persone sono tante e diverse e ognuno può definirsi come vuole e comportarsi come vuole, e nessuna legge impone l’obbligo che ci sia una coerenza di fondo fra le due cose. Questo vuol dire che una persona può legalmente essere incoerente, e anche se non fosse legale, l’incoerenza esisterebbe comunque. Alcuni razzisti dicono di essere antirazzisti, alcuni omofobi si dicono attivisti, ci sono uomini che si definiscono femministi per fare colpo su qualcuno o semplicemente perché questo li fa sentire persone migliori quando in realtà sono misogini potenzialmente o effettivamente violenti, animalisti che abbandonano o maltrattano gli animali… la lista è infinita.

Ma per qualche motivo (spoiler: misoginia) l’idea che possano esistere ‘femministe’ che odiano gli uomini è la più interessante e popolare di tutte. Anche gli uomini possono dirsi femministi e odiare le donne ma nessuno per questo motivo va in giro dicendo “i femministi odiano le donne”.

Poiché viviamo in una società misogina, inoltre, è molto probabile che il numero di uomini che odiano le donne sia sproporzionato rispetto al numero di donne che odiano gli uomini – basti pensare al numero di uomini che odiano le donne così tanto da ammazzarle con le loro stesse mani. È dunque presumibile che il numero di uomini che si definiscono femministi e odiano le donne sia anch’esso maggiore del numero di donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini. O, se non altro, non abbiamo dati che provano che ci siano così tante donne che si definiscono femministe e odiano gli uomini da giustificare questo mito trito e ritrito.

L’affermazione “le femministe odiano gli uomini”, per quanto ne sappiamo, non è in alcun modo più valida dell’affermazione “gli animalisti maltrattano gli animali”: non so, sicuramente alcuni, da qualche parte, che brutta cosa, non dovrebbero definirsi animalisti! Ma non per questo è il caso di andare in giro a denigrare l’animalismo come movimento e gli animalisti in generale.

Non lasciamo che questi miti abbiano l’effetto desiderato, ovvero quello di distogliere la nostra attenzione dai problemi reali e allontanarci dalle possibili soluzioni di questi problemi.

Ognuno ha il diritto di farsi un’idea del femminismo basata sulla sua esperienza e sui suoi studi, senza l’influenza di assurdi cliché e stereotipi offensivi.

Il Mito Della Sindrome Premestruale

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“Tachina Lee” by Unsplash

Si sa che le donne diventano un po’ instabili subito prima dell’inizio del ciclo. Quest’idea è così diffusa che sono stati condotti innumerevoli studi in merito, e questi studi hanno messo in evidenza una correlazione fra il ciclo ormonale femminile e diversi “sintomi” come irritabilità, irrazionalità, impulsività, depressione, ansia, ecc.

Fu così che nacque la cosiddetta Sindrome Premestruale, per dare autorità a tutte queste interessanti assunzioni. Ma cos’è, davvero, scientificamente parlando, la sindrome premestruale?

Beh, questo è discutibile. Secondo wikipedia, sarebbe “una complessa sintomatologia fisica e mentale che si attiverebbe nelle donne in corrispondenza dei giorni immediatamente precedenti le mestruazioni.” Mi piace l’uso del condizionale.

Fra i sintomi psichici della sindrome premestruale, wikipedia inserisce “irritabilità e variabilità dell’umore; voglia di piangere; depressione; diminuzione della libido; astenia; difficoltà di concentrazione” e, il mio preferito in assoluto, “livello di sopportazione diminuito/azzerato”.

Tutto questo è estremamente interessante perché è esattamente tutto ciò che provo ogni volta che mi imbatto in qualche studio sulla PMS o consiglio su come affrontarla.

Non sarà che dovrebbe esserci anche una Sindrome da Sindrome Pre-Mestruale? Io vedo già la definizione: “una complessa sintomatologia fisica e psicologica che si attiverebbe nelle donne in risposta all’esposizione a informazioni di tipo divulgativo o medico a proposito della Sindrome Premestruale”. Io ce l’ho di sicuro. E penso che se facciamo uno studio per bene come i bravi scienziati che hanno scoperto la PMS riusciamo anche a farla inserire nel DSM.

Altre definizioni includono, oltre ai “sintomi” già citati, anche l’“insonnia”, e, rullo di tamburi, “attacchi di fame anche incontrollabili con voglia di alimenti anche dolci”. Ebbene sì, anche prima del ciclo, si può verificare nel volubile sesso femminile il fenomeno dell’appetito. Mi chiedo quale sia la sua funzione evolutiva? Tipo, sopravvivere? E con quale precisione sono stati condotti questi studi! Pensate che hanno individuato addirittura un trend sul tipo di alimenti preferiti dalle donne in questa fase del ciclo, il che, ovviamente, è un sintomo, perché reca disagio alle pazienti…

Un attimo, in che modo la voglia “incontrollabile” di mangiare con desiderio di alimenti dolci causa un disagio esattamente? Insomma, purché siano disponibili alimenti (anche dolci, attenzione) da consumare al momento dell’“incontrollabile attacco” non vedo quale sia il problema; e se gli alimenti non fossero disponibili, non avrebbe nulla a che fare col ciclo mestruale.

Vorrei aggiungere anche l'”instabilità del comportamento” alla lunga lista dei possibili sintomi psichici della PMS. Mi chiedo quale sia la definizione di “comportamento stabile”…

Un’altra definizione di PMS azzarda addirittura una possibile relazione causale fra questi sintomi (molto curiosi o molto comuni) e il ciclo mestruale. Le “indisposizioni” di queste donne deriverebbero dal “fallimento della gravidanza”. Ebbene sì. Siccome noi donne siamo macchine sforna-bambini e questo è lo scopo principale della nostra vita, quando non siamo incinte il nostro corpo si infuria, il che naturalmente degenera in un incontrollabile e irrefrenabile desiderio di cioccolata.

Ammesso e non concesso che ci sia una correlazione fra questi sintomi e il ciclo, è interessante notare che, se le si cerca con convinzione, vengono fuori le correlazioni più assurde – ad esempio quella fra l’utilizzo di Internet Explorer e l’omicidio (comprensibile).

Nonostante la PMS sia un fenomeno poco chiaro – lo dice anche il nome, una sindrome è un “complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa” – appare essere molto diffuso. Il 70% delle donne avrebbero sintomi da lievi a moderati e il 10% severi. Secondo altri addirittura l’85%. Secondo altri ancora l’80%. Ma ecco che scendiamo al 25% della popolazione femminile italiana “in età fertile” (anche perché se non hai più le mestruazioni come fai ad avere una sindrome prima delle mestruazioni?).

Eppure da un punto di vista scientifico, ancora una volta, non è mai stata provata alcuna relazione di causalità fra i cosiddetti “sbalzi ormonali” del ciclo e i “sintomi” della PMS. In effetti, “dopo 5 decenni di ricerche, non c’è nemmeno un forte consenso sulla definizione, la causa, il trattamento, o perfino l’esistenza della PMS”, come ci spiega la psicologa Robyn Stein DeLuca (P.h.D.) nel suo illuminante TED talk.

La dottoressa argomenta che, poiché sono stati utilizzati oltre 150 diversi sintomi per diagnosticare la PMS, “il mio cane potrebbe avere la PMS”. Questo naturalmente non significa che una donna non possa manifestare qualche sintomo o disagio prima dell’inizio del ciclo, ma “questo non è abbastanza per diagnosticare un disturbo mentale”. (La PMS infatti è stata inclusa nel DSM).

Quando, nel 1994, la PMS è stata ridefinita come PMDD (Sindrome Disforica Premestruale) sono per la prima volta stati chiariti i criteri diagnostici di questo disturbo. Devono essere presenti almeno 5 fra 11 possibili sintomi, questi devono presentarsi nel corso della settimana prima dell’inizio del ciclo e alleviarsi fino a sparire del tutto dopo la fine delle mestruazioni. Si precisa inoltre che il PMDD è qualcosa di più di un semplice aggravamento di disturbi preesistenti.

Sfruttando questi precisi e definiti criteri in luogo di una vaga definizione di PMS derivata da ricerche limitate la percentuale delle donne che ne soffrono scende drasticamente al 3-5% (2-5% secondo altri, 3-8% negli USA).

I media però continuano a trasmettere il messaggio che la PMS esista (questa definizione così vaga è ormai obsoleta) e riguardi quasi tutte le donne se non la maggior parte, il che è inverosimile. Dopotutto, il ciclo mestruale è un fenomeno fisiologico e la nozione che in quasi tutti i casi sia connesso a se non addirittura causa di un disturbo psichiatrico è controintuitiva.

DeLuca precisa, inoltre, che studi hanno dimostrato che l’idea preponderante che la PMS esista e sia molto diffusa influenza le donne coinvolte in questi studi. E questo non avviene perché le donne sono fragili e ingenue creature, ma semplicemente perché è molto più facile credere di avere la PMS quando la sua definizione è così malleabile, e quando si trovano così tante informazioni in merito e sulle possibili cure che sembra che tutte ne siano affette. È un po’ come l’effetto placebo, se credi che ti farà bene, lo farà. Esiste anche l’effetto nocebo, se credi che ti farà male, lo farà. Entrambi sono stati provati e in tutti i sessi.

Purtroppo il mito della Sindrome Premestruale non è affatto innocuo. Prima di tutto contribuisce a perpetuare stereotipi offensivi sulla donna etichettandola come (anche se periodicamente) volubile, irascibile, inaffidabile, incoerente, instabile. D’altra parte, rafforza l’idea che ci sia qualcosa di intrinsecamente patologico nella sessualità, ma solo quella femminile. Trasforma un fatto biologico in una malattia mentale.

Dice DeLuca, quando sei un datore di lavoro e cerchi il miglior candidato per una promozione, pensi a qualcuno di razionale, attendibile, coerente, responsabile – tutto quello che quasi tutte le donne in teoria non sarebbero ben 12 volte l’anno per circa 6 giorni, per un totale di più di un mese l’anno.

Il mito della PMS offre, inoltre, una veloce soluzione-cerotto a qualunque problema una donna possa avere che le causa stress in questa fase del ciclo (come in tutte le altre). Siccome, infatti, la maggior parte delle persone credono che la PMS esista e ignorano le più attendibili statistiche al riguardo, è facile attribuire i propri problemi in un dato momento alla “PMS” e dimenticarsene, ignorando le possibili vere cause – come ad esempio una relazione tossica, le discriminazioni quotidiane, un problema sul lavoro, ecc.

Si può concludere che il mito della PMS gioca un ruolo importante nella perpetuazione e nel mantenimento degli stereotipi di genere, che danneggiano le donne a vantaggio degli uomini.

Vorrei concludere con le parole di DeLuca, perché da lei ho imparato queste preziose verità. Premesso che non c’è niente di male ad avere un problema mentale o una malattia psichiatrica ma c’è di male a far passare quasi tutte le donne per persone instabili: “la buona notizia della Sindrome Premestruale è che mentre alcune donne hanno alcuni sintomi per via del ciclo mestruale, la stragrande maggioranza non ha alcun problema mentale”.

5 Motivi Per Cui L’Obesità Non È Una Piaga Sociale, L’Obesofobia Invece Sì

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“Rochelle Nicole” by Unsplash

Fin troppe volte mi è capitato di sentire frasi del tipo “l’obesità è un fattore di rischio delle malattie cardiovascolari e del diabete”, “le persone con indice di massa corporea superiore a 25 hanno un’aspettativa di vita ridotta”, o più semplicemente “di obesità si muore”, e “i femministi non possono dire alle persone grasse che vanno bene e di amare il proprio corpo perché non sono in salute”, eccetera.

Sono a conoscenza della corrente di pensiero principale circa l’ “obesità” e anche delle tendenze dominanti della ricerca scientifica in materia. Quello che molti ignorano, invece, è il fatto che esista un filone della letteratura scientifica realizzato da ricercatori che hanno affrontato la questione con lo stesso metodo scientifico ma senza pregiudizi di sorta e sono arrivati a conclusioni diverse.

Ecco, dunque, 6 motivi per cui la piaga sociale non sono le persone grasse, ma quelli a cui le persone grasse fanno schifo e quelli che dicono loro di dimagrire “per il loro bene” (indizio: le due categorie di solito coincidono).

1. Perché la scienza la fanno le persone, e le persone hanno bias impliciti

Personalmente sono grande fan della scienza e del metodo scientifico e penso che sia in assoluto la risorsa più attendibile di cui disponiamo. Dopotutto, la scienza si basa sull’osservazione dei fatti, che di sicuro sono più attendibili delle impressioni delle persone.

Eppure sono le persone ad osservare ed interpretare quei fatti, e le persone hanno bias impliciti – ovvero pregiudizi dei quali non sono consapevoli. Questa non è una forma di nichilismo secondo cui niente è attendibile, non c’è nessuna certezza e tanto vale suicidarsi in massa. Molti fatti sono stati scientificamente provati in maniera definitiva (come l’evoluzione, il fatto che l’universo si sta espandendo, ecc.) e molti studi scientifici sono utili e accurati.

Alcuni, tuttavia, non lo sono. Studi mostrano – come Melissa Fabello sottolinea in questo articolo di Everyday Feminism – che “tutti, dai medici agli infermieri agli psicologi – anche quelli specializzati nello studio dell’obesità – hanno interiorizzato bias impliciti sul peso, il che implica che sono predisposti ad associare il grasso con la cattiva salute”.

Ma la scienza si basa sull’oggettività, quindi capite bene che avere bias impliciti sull’oggetto del proprio studio non è esattamente il presupposto ideale per ottenere risultati scientificamente accurati.

D’altra parte, un tempo esistevano studi che “confermavano” l’idea che gli uomini fossero più intelligenti delle donne e i caucasici degli afroamericani; l’omosessualità era inclusa nel DSM e il termine ‘isteria’ indicava “una tipologia di attacchi nevrotici molto intensi, di cui erano generalmente vittime soggetti femminili”.

2. Perché l’essere “sovrappeso” non è una condanna a morte

Uno studio condotto su 11.326 canadesi adulti per 12 anni ha mostrato un aumentato rischio di mortalità nei magri e negli “obesi di classe II”. Per quanto riguarda le persone “sovrappeso” è stato osservato invece un ridotto rischio di mortalità per tutte le cause. “Nessun aumentato rischio di mortalità è stato associato all’obesità di classe I”.

In un altro studio, gli autori si chiedono “se la corrente categoria degli individui ‘sovrappeso’ non sia quella ottimale”.

Un altro studio condotto su 26.747 giapponesi per 11 anni ha evidenziato un incremento della mortalità per gli individui appartenenti ai gruppi “sottopeso” e “normopeso”; nessun incremento per gli uomini “sovrappeso” e “obesi” e per le donne “sovrappeso” e un “leggero incremento” per le donne “obese”.

In questo articolo del New York Times si riporta che un gruppo di ricercatori del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie ha osservato che nel 2004 ci furono, negli USA, più di 100.000 morti in meno fra le persone “sovrappeso”, “di quanto ci si sarebbe aspettati se quelle persone fossero state normopeso“.

“Se […] vi sentite bene e fate abbastanza attività fisica e se il vostro medico è soddisfatto delle vostre analisi di laboratorio e altri risultati di test, non sono sicuro ci sia alcuna urgenza di modificare il vostro peso” dice il Dr. Mitchell Gail (uno scienziato del National Cancer Institute e uno degli autori dello studio), come si legge nell’articolo, precisando che si tratta di una sua “opinione personale in quanto medico e ricercatore”.

3. Perché la comunità scientifica non è unanime sul fatto che ci sia un’epidemia globale

“E se la cosiddetta ‘epidemia dell’obesità’ fosse largamente illusoria?” scrivono gli autori di un articolo del Giornale Internazionale dell’Epidemiologia.

A quanto pare, la maggior parte delle persone nelle categorie “sovrappeso” e “obeso” hanno adesso una massa corporea “solo leggermente maggiore di quella che loro o i loro predecessori mantenevano una generazione fa” e solo le persone già molto grasse sono davvero aumentate di peso. “In altre parole stiamo osservando delle lievi variazioni, più che delle allarmanti epidemie“.

Il biologo Jeffrey Friedman ce lo spiega con questo esempio, tradotto dall’articolo: “Immaginiamo che il QI medio fosse 100 e il 5% della popolazione avesse un QI di 140 e fosse considerata geniale. Ora poniamo che l’istruzione migliori e il QI medio salga  a 107 e il 10% della popolazione abbia un QI di 140. Ci sono due modi di presentare questi dati. Si potrebbe dire che il QI medio è salito di 7 punti o che a causa del miglioramento dell’istruzione il numero di geni si è raddoppiato. L’intero dibattito sull’obesità è equivalente al trarre conclusioni sui programmi di istruzione nazionali dal fatto che il numero di geni è raddoppiato.”

In definitiva, come si evince da più studi condotti dal NHANS, almeno negli Stati Uniti (che tanti vedono come una nazione di obesi in crescita che si auto-condannano a morte ogni giorno) la relazione tra il BMI e la mortalità  è a forma di U: un BMI troppo alto, tanto quanto uno troppo basso aumenta il rischio di morte prematura, appartenere al gruppo dei “sovrappeso” dunque, non lo aumenta.

4. Perché correlazione e causalità sono due cose diverse

Sebbene ci venga costantemente ricordato, dai media e dai nostri amici e parenti filantropi, che l’obesità è un fattore di rischio di una serie di malattie, non è ancora stato spiegato come esattamente il grasso (o quello in eccesso) possa causare queste malattie. In effetti, non c’è alcuna evidenza del fatto che il grasso causi alcuna malattia.

Eppure sappiamo che ci sono alcune malattie che sono più comuni nelle persone più grasse.

Come spiegano brillantemente (ancora) Melissa Fabello e Linda Bacon in questo articolo, “c’è anche una maggiore incidenza di morti per annegamento in posti dove si vendono più gelati” (indizio: in spiaggia).

Questo significa, semplicemente, che causalità e correlazione non sono sovrapponibili, perché, mentre la prima è indubbia, la seconda è controversa e può essere fuorviante. Se è stato provato che A causa B, A causa B. Se è stato provato che A e B sono correlate, non vuol dire che A causi B ed è possibile che C – che per caso è correlato ad A – sia la vera causa di B.

Ad esempio, sappiamo che i raggi UV possono causare un melanoma. Non solo c’è una correlazione tra i raggi UV e il melanoma, ma sappiamo per certo che i raggi UV possono causarlo, perché causano delle mutazioni nel DNA delle cellule dell’epidermide che ne alterano il ciclo cellulare portandole a duplicarsi in maniera incontrollata (melanoma).

Sappiamo che l’obesità è correlata ad alcune malattie, ma non sappiamo né come né perché e di certo non possiamo dire che ne sia la causa.

Visti i messaggi semplicistici quando non inesatti ai quali siamo esposti, è facile pensare, ad esempio, che l’obesità è correlata al diabete perché causa insulino-resistenza. In realtà però l’obesità è correlata al diabete e all’insulino-resistenza. Questa può essere causata da difetti della molecola dell’insulina dovuti a mutazioni geniche, diminuzione del numero dei recettori dell’insulina (diminuita sensibilità), anomalo accoppiamento fra recettore e insulina (diminuita capacità di risposta), elevate concentrazioni ematiche degli antagonisti dell’insulina (fra cui anche gli ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo).

Non sappiamo se e come il grasso possa causare questi fenomeni. E l’idea che questo sia improbabile non è così rivoluzionaria. Si è visto infatti che donne che si sono sottoposte a liposuzioni rilevanti non hanno presentato alcun cambiamento positivo del loro stato di salute in seguito all’intervento.

Si è visto, inoltre, che alcuni tipi di grasso – come il grasso sottocutaneo situato al livello delle anche e delle cosce – sono associati a più bassi livelli ematici di trigliceridi e colesterolo HDL (quello buono). Ironicamente questo è anche detto il grasso “ginoide” perché è più comune nelle donne, che sono anche la parte della popolazione che si preoccupa di più del proprio peso.

Il problema degli studi statistici che associano il grasso alle malattie di cui sopra (malattie cardiovascolari, diabete, ecc.) è che non tengono conto di possibili fattori di confondimento, implicando una relazione causale fra le due cose a fatti inesistente. Alcuni di questi fattori potrebbero essere le diete e le variazioni di peso (dovuti ai fallimenti delle diete), che aumentano i livelli di cortisolo – più in generale, lo stato di infiammazione dell’organismo, fattori che possono causare insulino-resistenza, fra le altre cose.

Le persone grasse sono, fra tutte, quelle che più iniziano diete e subiscono variazioni di peso, quindi nella ricerca di possibili relazioni fra obesità e malattie è essenziale escludere questi fattori, perché è verosimile che siano quelli a causare le malattie, e non l’obesità in sé.

5. Perché le discriminazioni danneggiano la salute delle persone

Se c’è qualcosa che di certo influenza negativamente la salute delle persone, sono le discriminazioni. Le persone grasse – soprattutto i giovani e soprattutto le donne – sono costantemente esposte all’idea (infondata) che i loro corpi sono schifosi e malsani, la loro aspettativa di vita sotto la media, e tutto questo è colpa loro.

Lavandosi le mani di tutti i possibili fattori genetici che spiegano il grasso ‘di troppo’, i media e le persone attribuiscono l’obesità alla scarsa autostima, rispetto di sé, informazione o determinazione delle persone grasse. Eppure ad essere poco informati sono loro, perché non sanno che è statisticamente provato che le diete non aiutano a perdere peso a lungo termine, e che l’idea che perdere peso possa effettivamente apportare qualche beneficio è largamente discutibile.

È indiscutibile invece, che tutto questo è stressante per le persone grasse, e lo stress cronico non fa bene alla salute – ironicamente è anche fra le possibili cause dell’insulino-resistenza, della steatosi epatica e delle malattie cardiovascolari.

“Basti pensare che dei ricercatori hanno visto che il livello di insoddisfazione del proprio corpo è un migliore indicatore della salute psicofisica di una persona rispetto al tanto citato BMI (che, comunque, è una gran cazzata)”, come sottolineano Melissa Fabello e Linda Bacon in Everyday Feminism.

Cose tipo l’autostima, l’amor proprio e la salute mentale hanno un’importanza gravemente sottovalutata dai nostri amici e parenti “preoccupati” per la salute delle persone grasse. La salute mentale è importante tanto quanto la salute fisica, e i consigli non richiesti, i giudizi gratuiti – espressi con parvenza di cordialità o senza mezzi termini in forma di insulti, e gli sguardi paternalistici o spregevoli non hanno mai fatto bene alla salute mentale (e di conseguenza fisica) di nessuno.

Quindi se il fatto non è che siete obesofobici ma siete davvero preoccupati, tenere in considerazione la sfera emotiva della persona con cui state parlando è un buon inizio.

 

Diete. Effetti Collaterali: Possono Danneggiare Gravemente La Salute Psicofisica Di Chi Le Pratica. Inoltre Non Funzionano Quasi Mai.

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“Closeup photo of hand-choosing donut” by Kaboompics

Informazione gratuita: le diete non funzionano. Punto. 

Immaginiamo il seguente scenario. Un corso universitario della materia x ha un tasso di superamento del 5%. Come interpretiamo questo dato? Gli studenti non sono abbastanza motivati? Gli studenti sono pigri? Gli studenti dovrebbero essere più determinati? O – al contrario – il professore del corso x non è un buon professore.

Mi sembra abbastanza evidente che la seconda spiegazione è più probabile, soprattutto perché stiamo parlando del 5% degli studenti – solo il 5% superano l’esame finale. È improbabile che quasi tutti gli studenti che decidono di iniziare un corso non siano abbastanza determinati da portarlo a termine.

Sebbene questo sia largamente condivisibile, quando lo stesso scenario è applicato alle diete, improvvisamente la gente non è d’accordo. Una dieta, nel linguaggio comune, si definisce come una “temporanea astinenza, totale o parziale, dal cibo per dimagrire”. Questo significa che una dieta è qualcosa con un fine specifico, e questo fine è perdere peso. Oltre a essere specifico, questo fine è anche quasi impossibile da raggiungere – non ce la fa quasi nessuno. Perché allora continuare a seguire lo stesso corso con lo stesso professore?

Einstein disse che la follia consiste nel continuare a ripetere la stessa azione aspettandosi risultati diversi. Eppure tanti lo fanno, dieta dopo dieta, con propositi sempre migliori ma non per questo meno fallimentari.

Il problema non è che queste persone non sono abbastanza determinate, ma che il sistema delle diete in sé e per sé non è funzionante, è fallimentare, inutile e anche dannoso. Non sono le persone che non funzionano – lo fanno male, non ci provano abbastanza – sono le diete che non funzionano.

La reazione più comune a questo è ah ma le diete sono necessarie per la salute, l’obesità è una malattia, ecc. Questo è largamente discutibile.

  1. È certo che massa corporea e salute non sono inversamente proporzionali – gli studi scientifici non ci permettono di fare una simile affermazione, e la matematica non è un’opinione.
  2. È vero che ci sono delle correlazioni fra alcune malattie e il peso corporeo, ma fra correlazioni e causalità diretta c’è una differenza abissale. Ci sono persone grasse perfettamente sane e persone magre diabetiche e con problemi cardiovascolari.
  3. L’obesità rappresenta solo uno dei vari fattori di rischio, ad esempio, di uno dei due tipi di diabete, e nel frattempo siamo circondati da fumatori che parlano della necessità delle diete per la salute.
  4. La maggior parte delle persone che fanno la dieta la fanno a prescindere dal loro stato di salute con l’obiettivo estetico di perdere peso.
  5. Questa motivazione non rende le diete meno fallimentari: non funzionano lo stesso.

Le diete non funzionano perché si basano sul desiderio di controllare il proprio peso, o cambiarlo, e con esso il proprio aspetto. Il motore che spinge tante persone ad iniziare una dieta è la paura di ingrassare o il desiderio di dimagrire, che nasce dal rifiuto del proprio corpo. E con la paura e col rifiuto di sé non si è mai ottenuto niente, che sia necessario per la salute o meno.

A chi dice ah ma io ho fatto la dieta perché mi odiavo e ha funzionato e ora non mi odio più – 1. non sei il 95% delle persone che hanno iniziato una dieta, ma solo un individuo; 2. ne riparliamo fra cinque anni.

A chi dice ah ma io non lo faccio per la salute ma perché non mi piaccio e voglio piacermi – 1. questa motivazione è il motivo per cui le diete non funzionano; 2. ci sono altri modi per piacerti, funzionanti a lungo termine.

Per chi infine davvero è mosso dal desiderio di essere più sano, e non si sta solo autoingannando sui motivi per cui fa la dieta, ecco alcuni suggerimenti che potrebbero rivelarsi utili a lungo termine:

  1. Rinunciare a qualunque proposito estetico circa il proprio corpo e accettarlo così com’è adesso – non lasciamo che sia la società a decidere per noi cosa è “bello” (magro) e cosa non lo è (grasso), la bellezza è un’invenzione e non c’entra con la salute, inoltre questi propositi rendono le diete inefficienti;
  2. Modificare le proprie abitudini di vita che danneggiano la salute, es. smettere di fumare o di bere;
  3. Fare le cose per divertimento – uno sport piacevole è infinitamente migliore per la salute di una dieta stressante e inutile;
  4. Selezionare i cibi positivamente e per amore di sémi voglio bene quindi mangio questo cavolo che mi fa bene e non non mangio questo biscotto perché altrimenti diventerò un mostruoso maiale.
  5. Per quanto riguarda le selezioni negative, tenere presente che si tratta di scelte, e non regole, essere bendisposti ad accettare il fallimento e separare il proprio valore personale dall’esito di queste scelte.

Come scrive Isabel Foxen Duke (health coach ed esperta in materia) “la differenza fra chi riesce ad eliminare cibi per motivi medici con successo, e chi non ci riesce, sta nel grado di disapprovazione del o mancanza di fiducia nel proprio corpo. Fare una scelta alimentare perché vuoi stare bene è molto diverso dal farla perché pensi di non andare bene”.

Quella È Una Troia, Questo Vestito È Da Troia, Ma Cos’è Una Troia?

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“Girl Sitting on the Stairs” by Kaboompics

Per essere una parola dalla definizione poco chiara, la parola troia viene di certo utilizzata molto spesso. La mia domanda è, esattamente, cos’è una troia?

Ecco la definizione gentilmente fornita dal sito web del Vocabolario Treccani:

tròia s. f. [lat. mediev. troia, forse voce espressiva che imita il grugnito del maiale]. – 1. La femmina del maiale, spec. con riferimento a quella destinata alla riproduzione; è sinon. pop. di scrofa (ma sentito in genere come volg.) 2.fig., spreg. Puttana, soprattutto come insulto. ◆ Dim. troiétta e troiettina; accr. troióna e anche troióne m.; pegg. troiàccia (tutti quasi esclusivam. in senso fig.).”

Penso non ci sia bisogno di discutere sull’accezione negativa del termine, né sul fatto che sia un appellativo esclusivamente riservato agli individui di genere femminile.

È verosimile, dunque, che, se sei una donna, non vuoi essere definita o considerata tale – mentre se sei un uomo non è un tuo problema perché non c’è un corrispettivo maschile e questo termine non ti riguarda, non è usato per definire e criticare la tua persona. Cosa bisogna fare dunque per non essere definita o considerata una troia?

Una troia o una puttana, come ci insegna la Treccani, e anche il Wikizionario, ma soprattutto l’esperienza, è una ragazza o una donna “di facili costumi”, eppure questa espressione è molto generica e anche controversa. L’interpretazione più intuitiva è che si tratti di una donna la cui vita sessuale è molto attiva e che ha più partner sessuali. Fin qui tutto ok, ma non dimentichiamo che il termine ha un’accezione negativa, per cui la domanda sorge spontanea: che c’è di tanto orribile nell’essere una donna che ha molti partner sessuali e-o una vita sessuale molto attiva?

In effetti, scientificamente e fattivamente parlando, proprio niente. Si potrebbe argomentare che potrebbe essere rischioso per la salute, ma con le dovute precauzioni gentilmente rese disponibili dalla moderna scienza medica, questo problema viene risolto. Per altro, questo non spiega perché non abbiamo un termine altrettanto dispregiativo 1. per un uomo che assume lo stesso comportamento (avere molti partner o una vita sessuale molto attiva), in quanto correrebbe gli stessi rischi; e 2. per le persone di qualunque genere che assumono comportamenti rischiosi per la propria salute (es. un equivalente di troia per un fumatore).

Da un punto di vista morale, di nuovo niente. Non stiamo parlando infatti di una donna in una relazione romantica esclusiva, ma di una donna in qualunque situazione sentimentale. Per altro le donne traditrici vengono pure chiamate troie, e in questo caso si potrebbe pensare che l’insulto è giustificato dal fatto che sono traditrici, eppure 1. di nuovo non abbiamo un termine paragonabile per gli uomini traditori, che si sono macchiati della stessa identica colpa; 2. sono chiamate troie anche le donne non traditrici, che non sono in nessuna relazione e hanno molti partner sessuali, o che sono in una relazione aperta e hanno molti partner sessuali – il fattore discriminante dunque non è il tradimento ma l’avere molti partner sessuali.

Non c’è dunque nessuna buona ragione per cui dovremmo considerare meritevole di un simile insulto una donna che ha molti partner sessuali, visto che non c’è niente di male nell’avere molti partner sessuali. D’altra parte non possiamo negare che questo termine e sinonimi vari esistono e sono degli insulti, come è possibile? Semplicemente perché viviamo in una società misogina, in cui ci si aspetta dalle donne un comportamento non solo diverso rispetto a quello che ci si aspetta dagli uomini, ma palesemente subalterno, subordinato.

In questa società le donne vengono criticate per le loro scelte sessuali senza alcun buon motivo ma con un preciso fine. Così facendo, infatti, le si vuole far sentire in colpa per il loro comportamento, affinché lo cambino e assumano invece un comportamento che sia più gradito agli oppressori. Non sono gradite le donne libere, che gestiscono la propria vita sessuale come meglio credono, sono gradite – ammirate e rispettate – le donne sottomesse, che pongono in un secondo piano i loro desideri rispetto alle opinioni degli altri, le donne a cui importa dell’approvazione altrui.

Ci tengo a chiarire che questo non è un invito a tutte le donne ad avere una vita sessuale sfrenata così da sfidare il sistema: questo sarebbe infatti solo un modo diverso di dare il proprio potere ad altri – se faccio una cosa per punire qualcuno o qualcosa non la sto facendo perché la desidero davvero, quindi sto regalando il mio potere ad altri. Ci possiamo riappropriare del potere che ci è stato sottratto soltanto nel momento in cui gestiamo della nostra vita come meglio crediamo, in questo caso in particolare, facciamo delle scelte inerenti la nostra vita sessuale basate esclusivamente sui nostri desideri, senza essere influenzate dal desiderio di approvazione altrui.

D’altra parte il desiderio di approvazione altrui è umano e rispettabile, perché viviamo in una società in cui abbiamo bisogno di altre persone per sopravvivere – l’uomo non è fatto per vivere solo. Per cui vogliamo piacere agli altri, altrimenti temiamo per la nostra sopravvivenza, per motivi evoluzionistici. Allo stesso tempo non viviamo più in una tribù in cui se 7 individui su 10 non approvano le nostre scelte sessuali verremo abbandonate e moriremo sole, per cui possiamo comportarci come meglio crediamo.

Le persone che disapproveranno le nostre scelte e ci escluderanno dalla loro vita per questo non staranno minacciando il nostro benessere, ma staranno dimostrando di essere persone che non abbiamo motivo di volere attorno, perché esprimono giudizi su di noi non basati sui nostri meriti individuali ma sulle nostre scelte sessuali e sulla nostra appartenenza al genere femminile (ci staranno dunque discriminando – non fanno lo stesso con gli uomini).

L’obiettivo di questa operazione di umiliazione del genere femminile in correlazione alla loro vita sessuale è quindi di limitarne libertà. Il messaggio che passa è il seguente: se sei una donna sei passibile di essere etichettata come troia, questo danneggerà la tua reputazione e ti ostacolerà, quindi cerca di non essere una troia. Però non essere considerata una troia implica imporre delle ingiuste e discriminatorie limitazioni alle tue scelte sessuali, così avrai sacrificato la tua indipendenza e difeso lo status quo.

Per altro le donne vengono chiamate troie anche soltanto se assumono un comportamento qualunque, anche non sessuale, che al loro interlocutore non piace.

Chiamarci troie è un modo per zittirci, offenderci e controllarci, limitando le nostre scelte e ferendo la nostra autostima. Cosa possiamo fare dunque per difenderci da questi così comuni insulti?

  1. Non modificare le nostre scelte per ottenere l’approvazione altrui o per vendicarci / sfidare qualcuno;
  2. Fare scelte sessuali e non basate esclusivamente sui nostri desideri e sui nostri standard, non quelli altrui o quelli che ci ha insegnato la società;
  3. Zittire quegli insulti nella nostra testa così come chi li ha pronunciati ha voluto zittire noi. L’umiliazione appartiene a chi la perpetra non a chi la riceve: loro dovrebbero vergognarsi per averci dato della troia, e non noi per il nostro comportamento, perché come ho spiegato non c’è comportamento possibile che giustifichi questo insulto;
  4. Tenere presente che le troie non esistono, sono un concetto inventato in una società misogina per esercitare controllo sulle nostre vite.

Infine vorrei ricordare a tutti quelli che usano il termine troia in modo scherzoso e non offensivo, che il tentativo di appropriarsi del termine è apprezzabile, ma non si possono cancellare anni di sessismo, sofferenze e umiliazioni che le donne hanno subito sentendosi chiamare così. Le donne a cui è stato detto non scherzosamente ma seriamente si sono sentite umiliate, quando invece a sentirsi umiliati dovevano essere quelli che lo hanno detto.

Rispettiamo dunque le loro esperienze e cerchiamo piuttosto di non utilizzare il termine troia, ed etichettarlo per quello che è, un insulto discriminatorio e sessista, quando altri lo usano in nostra presenza.